Cina, l’economia frena, la disoccupazione cresce e le proteste esplodono

Lavoratori in protesta a Hong Kong (Immagine: amybbb/Shutterstock.com)

Scioperi e proteste per stipendi non pagati esplodono in tutto il Continente cinese durante le Due Sessioni (i due incontri annuali del Regime cinese: il Congresso nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese). 
Le agitazioni sono innescate dal rallentamento dell’economia cinese e dall’annuncio del Partito Comunista Cinese che 1 milione e 800 mila lavoratori in esubero nei settori carbonifero e siderurgico saranno a breve licenziati.

Durante le Due Sessioni decine di migliaia di dipendenti infuriati del Gruppo minerario di proprietà statale Longmay (il maggiore nel settore carbonifero della provincia di Heilongjiang) hanno inscenato le loro proteste per i numerosi giorni di stipendio non pagati. E anche mille operai della maggiore acciaieria della provincia di Jilin si sono riuniti in protesta per il mancato pagamento dei loro salari.

Secondo le statistiche del Bollettino del Lavoro in Cina, gli scioperi e le proteste degli operai cinesi nel 2015 ammontano a quasi 2 mila 800, quasi il doppio del 2014 e quattordici volte il 2011; mentre nei primi due mesi del 2016 si sono verificate 704 manifestazioni di protesta, più del totale delle manifestazioni dell’intero 2013.

Le Due Sessioni si sono ufficialmente chiuse il 16 marzo. In una conferenza stampa di oltre due ore, il primo ministro del regime Li Keqiang ha risposto ad alcune domande della stampa nazionale, estera, di Hong Kong e di Taiwan, la maggior parte delle quali verteva sui rischi e i problemi per la Cina connessi all’economia, come ad esempio come fare a mantenere la crescita al 6,5 per cento, o come assorbire l’impatto della disoccupazione sulla società.

Per primo è toccato al giornalista della Reuters, che ha fatto a Li Keqiang una domanda sulla recente volatilità del mercato azionario e dei cambi che ha attirato l’attenzione degli investitori internazionali. Li ha risposto: «Lei ha avuto l’opportunità della prima domanda, e l’ha completamente incentrata sul settore finanziario. […] La verità è che il malfunzionamento dell’economia reale rappresenta il maggiore rischio per i mercati finanziari».

Li ha dichiarato che il governo ha adottato nell’ultimo anno una serie di provvedimenti, come il taglio ai tassi di interesse, e riduzioni mirate alle aliquote di riserva imposte alle banche, ma senza che si trattasse di misure di quantitative easing. E ha aggiunto che le istituzioni finanziare dovrebbero aiutare l’economia reale, concludendo che a ogni modo «l’anno scorso, a causa delle difficoltà incontrate da alcune società in diversi settori, il tasso di crediti in sofferenza di alcune istituzioni finanziare cinesi è aumentato». 

«UN PO’ CONTRARIATO»

Il Congresso nazionale del popolo ha approvato il tredicesimo Piano Quinquennale, che stabilisce l’obiettivo di crescita attorno al 6,5 per cento. È la prima volta dal 1995 che la Cina stabilisce questo obiettivo con un valore indicativo. Li ha dichiarato che, per lui, è impossibile concordare sul fatto che la Cina non possa raggiungere l’obiettivo del 6,5 per cento di crescita del Pil quest’anno.

Ciononostante, quando il giornalista di Bloomberg gli ha chiesto cosa avesse da rispondere alle preoccupazioni sul fatto che il Pil obiettivo e il desiderio di evitare potenziali licenziamenti possa legare le mani alla Cina, Li ha risposto: «Quando mi ha fatto la domanda sembrava molto serio, e questo mi ha un po’ contrariato». Li ha poi ammesso che è vero che in certi settori ci sono seri problemi di sovraccapacità produttiva, specialmente nell’industria pesante e nel petrolchimico: negli ultimi due anni sono rimaste inutilizzate fino a 100 milioni di tonnellate di capacità produttiva di acciaio, con relative conseguenze su circa un milione di addetti al settore.

Li ha insistito sul fatto che il governo andrà avanti a combattere il problema della sovraccapacità produttiva, e che allo stesso tempo si assicurerà che non dilaghi la disoccupazione; ha poi sottolineato che il governo centrale ha stanziato un fondo di assistenza di 100 miliardi di yuan (circa 1 miliardo e 375 milioni di euro) per aiutare i lavoratori a ricollocarsi.

Il premier cinese ha infine riconosciuto che l’economia cinese paga il dazio della debole ripresa dell’economia su scala mondiale, visto che la prima è fortemente dipendente dalla seconda; Li sostiene che in Cina sia in corso una transizione economica: stanno emergendo problemi profondamente radicati, e la pressione verso il basso è senz’altro in aumento.

LE PROTESTE DEI MINATORI

In occasione delle Due Sessioni, Lu Hao, governatore e vice segretario del Pcc per la provincia di Heilongjiang ha dichiarato: «Finora nessuno degli 8 mila lavoratori di Longmay hanno sofferto alcuna diminuzione di salario né ritardi nei pagamenti». Una dichiarazione che ha scatenato l’esplosione delle proteste e le manifestazioni della città di Shuangyashan, dove decine di migliaia di minatori del Gruppo minerario locale sono scesi in strada a protestare bloccando persino la ferrovia.

Il 14 marzo, poi, davanti all’edificio sede della Tisco (Tonghua Iron and Steel Group Co., Ltd.) la maggiore industria siderurgica della provincia di Jilin, circa mille operai si sono radunati e hanno protestato per i ritardi nei pagamenti degli stipendi e per i costi del riscaldamento. I lavoratori hanno anche cercato di fare irruzione abbattendo i cancelli del palazzo, ed è stato necessario l’intervento di un elevato numero di agenti di polizia.

DILEMMA POLITICO

Il 15 marzo scorso, il New York Times ha pubblicato in prima pagina un’inchiesta in cui si afferma che l’economia cinese sta rallentando dopo oltre due decenni di crescita travolgente, e che gli scioperi e le proteste dei lavoratori stanno scoppiando ovunque nel Paese.
Fabbriche, miniere e altri settori produttivi stanno tenendo bassi i salari e i premi, licenziano il personale o chiudono del tutto. E, preoccupati per le cupe prospettive lavorative, gli operai rispondono con inusuale ferocia.

L’articolo sostiene poi che «l’approccio sottolinea il dilemma politico che le proteste dei lavoratori pongono al Partito Comunista». Sempre secondo il Nyt, Eli Friedman, ricercatore della Cornell University specializzato in problematiche dell’occupazione in Cina, sostiene che «i governi non nuotano più nell’oro come prima e c’è meno spazio per raggiungere compromessi».

«AZIENDE ZOMBIE»

All’inizio del mese di marzo 2016, la Reuters ha riportato due fonti – anonime ma affidabili – secondo cui la Cina, nei prossimi due-tre anni, avrebbe in programma di licenziare dai cinque ai sei milioni di lavoratori impiegati in «aziende-zombie» improduttive di proprietà statale, per contribuire al controllo dell’inquinamento e della sovraccapacità produttiva. 
L’agenzia di stampa considera questo come il maggior programma governativo di tagli degli ultimi 20 anni.

Nei prossimi tre-cinque anni, continua la Reuters, il governo ha in programma di tagliare 500 milioni di tonnellate di sovraccapacità produttiva di carbone; il ministro cinese per le Risorse umane e la Sicurezza sociale, Yin Weimin, ha infine dichiarato all’agenzia di stampa che la Cina dovrà licenziare 1 milione 800 mila addetti nei settori siderurgico e carbonifero.

 

Articolo in inglese: Massive Protests Emerge as China’s Economy Slows


Immagine amybbb / Shutterstock.com” 

Top