Cina, la spinosa questione degli organi dei condannati a morte

Huang Jiefu, portavoce cinese per le questioni relative ai trapianti, schiva i giornalisti durante la conferenza della Transplantation Society tenuta ad Hong Kong il 19 agosto (Yu Kong/Epoch Times)

Forse le autorità cinesi dei trapianti stanno imparando da certi politici occidentali: quando si fa una gaffe – dice il manuale – bisogna far finta che non sia successo niente.

Questo perlomeno spiegherebbe perché la 491esima domanda delle 500 Faq sul sito della Fondazione cinese per lo Sviluppo dei Trapianti d’Organo – un’agenzia statale che promuove la donazione volontaria – sia sparita all’improvviso.
Agli inizi di agosto la domanda era: «I prigionieri delle carceri possono chiedere di donare gli organi dopo la propria morte?».

E la risposta era: «Finché soddisfano i requisiti base per la donazione degli organi, la salute del loro organo è normale, vogliono farlo e non ricevono alcun compenso, i prigionieri possono donare normalmente»

L’esistenza di questa domanda e risposta era in sé in contraddizione con le dichiarazioni pubbliche delle autorità cinesi, nell’ambito della riforma dei trapianti d’organo. La cosa era stata fatta notare la prima volta in un articolo dell’American Journal of Transplantation un mese fa. Secondo gli autori dell’articolo, l’esistenza di quella risposta aveva l’effetto di «rendere dubbia la forza pratica di un qualunque cambiamento».

Da dicembre 2014, il portavoce del sistema dei trapianti cinese, Huang Jiefu, ha ripetutamente promesso che mai più sarebbero stati prelevati degli organi dai prigionieri condannati a morte.

Non era chiaro perché una domanda sul sito che appartiene alla fondazione gestita da Huang stesso, contestasse così apertamente le promesse che ha fatto in pubblico.

Ma sembra che da ora in poi la risposta a questa domanda rimarrà un mistero. Giorni dopo la segnalazione dell’American Journal of Transplantation, Epoch Times ha portato l’aberrante Q&A all’attenzione di vari medici cinesi e occidentali; giorni dopo, la domanda, è stata rimpiazzata. «Le informazioni sulle donazioni saranno ampiamente pubblicizzate dai media?», chiede la nuova domanda (e la risposta è no).

Eppure la domanda rimane: i prigionieri del braccio della morte sono ancora usati come fonte di organi oppure no? La Cina, dopotutto, non ha approvato alcuna nuova legge che impedisce il prelievo di organi dai prigionieri, né ha cambiato le norme del 1984 che lo legalizzano.

La fondazione non ha risposto a un’e-mail di Epoch Times in cui si chiedeva un commento. L’incapacità cinese di mettere in atto i cambiamenti promessi ha portato la comunità internazionale dei trapianti a essere restia a sostenere il sistema cinese, e ha provocato le critiche dell’ex capo della Società dei Trapianti, espresse pubblicamente durante un’importante conferenza di Hong Kong tenuta il mese scorso.

Nel frattempo, l’attenzione continua a concentrarsi sulla fonte principale degli organi, che non è costituita dai condannati a morte, come afferma invece la Cina, ma dai prigionieri di coscienza uccisi al di fuori del sistema legale: principalmente i praticanti del Falun Gong, una disciplina spirituale perseguitata dal 1999.

Ultimamente questo fatto ha avuto grande attenzione in ambito politico e mediatico. A giugno, infatti, la Camera Usa ha passato una risoluzione che condanna questa pratica; inoltre dei documentari sull’argomento hanno vinto dei prestigiosi premi e il problema è stato trattato anche in vari recenti articoli dal New York Times.

A questo proposito, le autorità cinesi non hanno fornito spiegazioni vere e proprie. «Ridicolo!», è stato tutto quello che Huang Jiefu (ex ministro della Sanità) ha detto sull’argomento, rifiutandosi di rispondere a centinaia di pagine di prove esposte nel dettaglio, che documentano questa pratica.

Articolo in inglese: Deleting a Question and Declining an Answer on Organ Transplant Reform in China

Traduzione di Vincenzo Cassano

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