Il buco nero cinese del mercato dell’oro

Personale cinese cammina su un corridoio pavimentato di lingotti d’oro presso una casa di scambio d’oro a Kunming, in Cina, l’11 dicembre 2012. (STR/AFP/Getty Images)

Il mondo è pieno di regole ‘auree’, dall’etica alla comunicazione, fino alla moda. Ma solo una conta: ‘Chi ha l’oro detta legge’. E la Cina, a quanto pare, vuole dettare legge nel sistema monetario internazionale, motivo per cui ha accumulato una grande quantità di oro attraverso canali sia privati ??che ufficiali. 

A partire dal 2000, quando i cinesi hanno cominciato ad accumulare oro, nessuno è stato in grado di calcolarne con precisione la quantità, a causa della natura ‘oscura’ del mercato dell’oro cinese e della riluttanza dei suoi funzionari a far trapelare le loro intenzioni. 

Koos Jansen, analista per il dealer di lingotti BullionStar, per anni ha studiato il mercato dell’oro cinese e di recente ha stimato che il totale delle riserve auree nel gigante asiatico alla fine del 2017 ammonti a 19.500 tonnellate: «Hanno promosso la proprietà dell’oro come una riserva di valore almeno dal 2002, ma ancora di più da quando nel 2004 hanno introdotto il concetto di ‘accumulare l’oro presso il popolo’ [una campagna che incoraggia i cittadini privati a comprare oro, ndr]». 

TESORETTI PRIVATI

Il totale delle riserve private, comprese quelle degli individui e delle imprese, stando alle stime di Jansen ammonta a 15.500 tonnellate (le riserve ufficiali della Banca popolare cinese corrispondono a circa quattromila tonnellate): un dato che farebbe della popolazione cinese il secondo più grande possessore di oro dopo l’India, dove è stimata una riserva di ventimila tonnellate d’oro in gioielleria e in altre forme.

Per fare un paragone con gli Stati Uniti, le ‘riserve’ del settore privato Usa non sono note, ma il Tesoro detiene ancora 8.134 tonnellate di riserve ufficiali. Considerato che nel 2000 la Cina disponeva di solo quattromila tonnellate di riserva totale, viene spontaneo domandarsi la provenienza di tutto quell’oro. 

Il primo pezzo del puzzle è l’industria mineraria nazionale. «Negli anni 70, quando la Cina aveva bisogno di valuta estera, ha preso piede l’industria mineraria: dovevano iniziare l’esplorazione e le persone erano incentivate a lavorare nel settore dell’estrazione dell’oro. Ecco perché ci sono così tante miniere d’oro in Cina» spiega Jansen, che ritiene ne esistano circa seicento in tutto il gigante asiatico.
Nel 2015, queste miniere hanno prodotto un totale di 490 tonnellate di oro, facendo della Cina il più grande produttore davanti all’Australia, che ha prodotto trecento tonnellate. 

VENDITE NON TRACCIATE

L’altro pezzo del puzzle sono le importazioni provenienti da altri Paesi: nel 2016 la Cina, secondo le stime di Jansen, ha importato circa 1.300 tonnellate d’oro, soprattutto attraverso Hong Kong, ma anche direttamente da Svizzera e Regno Unito. Jansen fa notare una particolarità: «La domanda asiatica è forte quando il prezzo scende; quella occidentale è forte quando il prezzo sale. Ad aprile 2013, il prezzo dell’oro è crollato e molto è stato esportato dall’Occidente in Cina, soprattutto dal Regno Unito». Quando l’oro arriva in Cina, viene poi venduto nello Shanghai Gold Exchange, che si occupa anche della fornitura di frammenti minerari e dell’industria mineraria nazionale.

Curiosamente, l’analista ha fatto notare che niente di tutto questo approvvigionamento va in direzione della Banca centrale, ma piuttosto ai consumatori e alle imprese: «Nel mercato nazionale esistono leggi e incentivi che spingono le forniture, sfruttando lo Shangai Gold Exchange.  La produzione nazionale, gli scarti e le importazioni, tutti passano in un primo momento attraverso lo Shangai Gold Exchange. I prelievi al cambio sono pari a circa la domanda totale di oro privato». 

La domanda privata proviene, tra i tanti soggetti, da persone che vogliono diversificare le proprie attività, da investitori istituzionali come i fondi pensione e da compagnie di gioielli per la successiva rivendita: «Le aziende e gli individui comprano oro per lo stesso motivo: uscire dal renminbi, diversificare, proteggere». 

Quanto alla Banca centrale, per Jansen i suoi acquisti non compaiono nelle statistiche ufficiali sulle importazioni e costituiscono un grande mistero: «L’esercito cinese ha anche una divisione speciale, io la chiamo ‘l’esercito d’oro’: è stato creato negli anni 70 in via sperimentale, e forse è ancora attivo. Possono prendere direttamente l’oro nel Regno Unito». La Banca centrale utilizza anche le banche commerciali che acquistano in Svizzera o in Sudafrica e in segreto vendono oro alla Cina. 

Ad esempio, le riserve auree totali del London Bullion Market Association sono scese di 2.750 tonnellate dal 2011 al 2015, ma le esportazioni nette ammontavano solo a mille tonnellate. Così, risultano disperse 1.750 tonnellate, che molto probabilmente sono finite in riserve ufficiali cinesi.
Le riserve ufficiali, secondo i contatti di Jansen presso le banche cinesi, ammontano più verosimilmente alle quattromila tonnellate, rispetto alla cifra di 1.842 tonnellate resa pubblica dal regime. 

A questo punto viene da domandarsi per quale motivo la Cina abbia bisogno di tutto questo oro. «Comprano oro ufficiale per internazionalizzare il renminbi. Se esistono riserve auree sufficienti su cui scommettono, possono trasformarla in una valuta di riserva mondiale credibile».

Insomma, ‘Chi ha l’oro detta legge’. Questo è anche il motivo per cui la Cina non permette nemmeno a un’oncia d’oro e d’argento di lasciare le sue coste una volta entrata. Come Jansen ha sottolineato, «l’Occidente vende l’oro in un buco nero».

Per approfondire:

 

Articolo in inglese: ‘ Solving the Secret Behind the Chinese Gold Market

Traduzione di Massimiliano Russano


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