Cina alla conquista del mercato hi-tech, un pericolo per gli Usa

Persone che passano davanti ad un negozio Apple a Pechino. (GREG BAKER/AFP/Getty Images)

Oggi, guardando gli scaffali dei negozi hi-tech in Occidente, è difficile non accorgersi della grande quantità di smartphone progettati e assemblati in Cina. In effetti da qualche anno a questa parte sono apparsi diversi produttori cinesi di smartphone che hanno in poco tempo conquistato una considerevole fetta di mercato. Per esempio, nella fascia media degli smartphone, quella da 200 euro circa, Huawei non ha praticamente alcun concorrente, e se si vuole acquistare un device dall’hardware sufficientemente performante senza spendere più di quella cifra, sembra quasi che non ci siano valide alternative.

Secondo quanto riporta Commerce.gov, il segretario del Commercio per gli Usa Penny Pritzker, in un discorso a Washington, ha sostenuto che investire troppo sull’industria cinese dei semiconduttori potrebbe avere ripercussioni negative sul mercato dei circuiti integrati, danneggiando l’equilibrio del mercato degli altri Paesi e soffocando l’innovazione. I semiconduttori, come il silicio, il carburo di silicio o l’ossido di grafite, sono i componenti essenziali di tutti i dispositivi elettronici e la loro produzione controlla quindi tutto il mercato hi-tech.

Gli Usa, tiene a precisare il segretario del Commercio, hanno sempre avuto un ruolo di leadership nel mercato tecnologico, e che questa leadership era il risultato di un commercio globale equo e trasparente. Con l’avvento dei produttori cinesi sul mercato, questo equilibrio tra concorrenti si è spezzato, principalmente a causa dell’intervento di forze esterne.
La Pritzker fa riferimento in particolare al piano di 150 miliardi di dollari del governo cinese volto ad aumentare la quota per i circuiti integrati made in China nel mercato domestico del 70 per cento entro il 2025 (la quota attuale è del 9 per cento).
«Inoltre  ?  ha aggiunto la Pritzker  ?  abbiamo notato nuovi tentativi da parte della Cina di acquistare società tecnologiche che si rifanno agli interessi del loro governo, e che non sono quindi obbiettivi commerciali». L’industria tecnologica, ha chiarito, può funzionare solo grazie a una catena di produzione globale, aperta e trasparente, al riparo da qualunque intervento governativo.

Sempre secondo la Pritzker, questa «interferenza senza precedenti» da parte del governo cinese potrebbe «distorcere il mercato e compromettere l’ecosistema dell’innovazione», e potrebbe inoltre portare a una sovrapproduzione nel mercato globale, con conseguente riduzione dei prezzi e costo del lavoro, tutte cose che sono già accadute in realtà nel mercato «dell’acciaio, alluminio e nell’industria della tecnologia verde».

È quindi «imperativo» adottare delle misure per impedire che questa situazione si verifichi anche nell’industria dei semiconduttori: a riguardo la Pritzker ha chiarito che il governo Usa non accetterà il monopolio cinese su questa industria. Si dovrà quindi mediare con la Cina e con gli altri governi affinché Pechino non adotti questo tipo di politiche che andranno solo a distorcere il mercato della tecnologia.

In effetti, è noto come i magnati cinesi, e di conseguenza le loro imprese, abbiano diretti legami con il Partito Comunista Cinese. Per questi uomini, partecipare alle attività politiche in Cina è un modo per allacciare o stringere rapporti con personaggi governativi, cosa che a sua volta può dare un grande aiuto all’andamento della loro azienda. Ad esempio, Lei Jun, capo della Xiaomi Technology e uno degli uomini più ricchi della Cina, è anche un rappresentante dell’assemblea legislativa del regime cinese, l’Assemblea Nazionale del Popolo.

Tuttavia, l’intervento ‘economico’ del governo cinese nel settore privato, non è l’unica ragione per la quale i produttori cinesi stanno assorbendo gran parte del mercato dei cellulari, e forse rappresenta solo la cosiddetta punta dell’iceberg. Per esempio la Apple, nel recente rapporto di China Labor Watch è stata accusata di lasciare troppo spazio all’iniziativa delle sue aziende fornitrici in Cina, le quali non rispetterebbero le condizioni di lavoro richieste dal colosso tecnologico americano, nonostante le diverse sollecitazioni da parte della Apple.

Le aziende straniere hanno comunque dei sistemi di controllo che operano nelle loro aziende fornitrici in Cina, al fine di evitare violazioni dei diritti umani per i lavoratori cinesi. Tuttavia, secondo quanto riferiscono le organizzazioni dei diritti umani, in Cina sono attualmente attivi 1.420 lager, ed operano in questi ultimi circa 5 milioni di persone tra prigionieri politici e religiosi, di cui molti sono anche minorenni.
Inoltre, secondo quanto riferisce il direttore della Laogai Research Foundation, Gianni-Taeshin Da Valle, tutto quello che riguarda lo sfruttamento del lavoro in Cina è un segreto di Stato. Ma, anche se ancora non si hanno riscontri diretti, è comunque «logico» pensare che per questo tipo di industria la Cina ricorra anche ai lavori forzati, secondo Da Valle. Questo fa supporre che se le aziende straniere possono comunque esercitare un minimo controllo sulle loro aziende fornitrici, per i produttori cinesi guidati dallo Stato che progettano e assemblano in Cina, questi controlli potrebbero essere elusi o addirittura inesistenti. Quindi il costo di produzione per queste aziende cinesi produttrici di smartphone cinesi potrebbe essere persino pari a zero: ecco spiegato il prezzo così conveniente di vendita per questi smartphone sul mercato globale dei cellulari.

Oltre a questo, esiste il problema della gestione dei rifiuti prodotti da questi materiali, che sempre secondo le organizzazioni dei diritti umani, in Cina non è dotata di un vero e proprio criterio di sicurezza, la qual cosa porta a danni all’ambiente e allo sfruttamento delle persone coinvolte: «Nelle miniere di cobalto si parla inoltre di 40 mila minori sfruttati, in Congo soprattutto, da parte di una multinazionale cinese, il cui nome è Zhejiang Huayou Cobalt Ltd. A questo riguardo, dello sfruttamento delle miniere, si parla addirittura di un giro di 127 miliardi di dollari, un flusso di ingressi enorme».

Se da una parte quindi le aziende straniere, consapevoli o meno di questa situazione in terra cinese, possono trarre vantaggi economici dal fare business in Cina grazie ai bassi costi di produzione, dall’altra queste stesse aziende si stanno accorgendo che con i produttori cinesi che ‘giocano in casa’ non potrà mai esserci partita.

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