Cile, le ragioni dietro gli incendi

Persone lavorano per spegnere un incendio boschivo in Hualqui, 30 chilometri a sud di Concepcion, regione Biobio, Cile il 27 gennaio 2017. (GUILLERMO SALGADO/AFP/Getty Images)

Il Cile brucia: nelle ultime due settimane undici persone hanno perso la vita a causa dei diversi incendi divampati nel territorio; nella regione centro meridionale del Paese, secondo l’Onemi (Ufficio nazionale di emergenza), nonostante gli aiuti internazionali, 396mila ettari sono andati in fumo e migliaia sono invece le abitazioni bruciate.

Le cifre parlano da sé. Secondo il Conaf (Corporazione Nazionale Forestale), nell’annata 2016/17, finora sono andati distrutti 586.185 ettari, 272mila dei quali appartengono al comune di Maule, 105mila a O’Higgins, 87mila alla regione di Bío Bío e 4mila all’Araucanía. Nell’annata 2015/16 invece, che aveva fatto già registrare un incremento di incendi, sono andati bruciati nel Paese un totale di 10.846 ettari.

Il governo cileno ha dichiarato lo stato di catastrofe naturale nelle regioni di Maule, Bío Bío e Araucanía, corrispondenti alla VII, VIII e IX regione delle tredici esistenti nel Paese, così come nel comune di Valparaíso (V regione) e in alcune province della VI regione.

A seguito del drammatico silenzio lasciato dall’assenza di vita nell’ambiente, l’Associazione degli Ingegneri forestali per la Foresta nativa, in una dichiarazione pubblica, ha attribuito alla legislazione cilena la responsabilità degli incendi, definendola «permissiva», dato che con una serie di sovvenzioni ha autorizzato «la distruzione di migliaia di ettari della foresta nativa, che è stata sostituita con eucalipti e pini», alberi considerati facilmente infiammabili e causa di siccità estrema.

Secondo i tecnici agronomi, le fiamme degli ultimi giorni sono dilagate senza controllo perché «sono state create piantagioni senza proteggere vallate, fiumi e corsi d’acqua, si è piantato persino fino ai bordi delle strade e delle città, si sono creati terreni enormi (centinaia o migliaia di ettari) praticamente senza fasce tagliafuoco, tra tutte le altre problematiche». L’associazione ha inoltre criticato i leader politici che hanno discusso per quasi 16 anni dell’attuale Legge sulle Foreste Native, prima di promulgarla, ma «si è rivelata uno strumento inefficace». Il comunicato dell’associazione, pubblicato questo mese, era intitolato ‘Un incendio morale consuma le nostre istituzioni e devasta i nostri ecosistemi’.

Il dott. Adison Altamirano, dell’Università di La Frontera, e uno degli autori di una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Applied Geography, aveva previsto gli incendi in Cile dopo aver studiato la regione Araucanía.

Secondo l’esperto, alcuni degli impatti negativi più significativi generati dalle leggi cilene che hanno permesso la sostituzione di foreste native con monocolture, «sono la diminuzione della fornitura e qualità delle acque nei bacini idrici, l’aumento degli di incendi boschivi, l’omogeneizzazione del paesaggio, la perdita di biodiversità, la sostituzione e frammentazione delle foreste native, e l’aumento invasivo di specie esotiche».

Il dott. Altamirano, ha continuato riferendo che la ricerca in questione, citata nel mese di ottobre 2015 dalla Facoltà di Scienze Forestali dell’Università di Santiago del Cile, sostiene che solo in Araucanía, nel Sud del Cile — oggi in stato di catastrofe naturale — tra il 1973 e il 2008 sono andati bruciati circa 275 mila ettari di foresta nativa. In questo stesso periodo, le piantagioni esotiche di pini ed eucalipti, sono aumentate di 366 mila ettari, quasi un 2 mila per cento.

Sempre secondo l’esperto, questo è dovuto alle politiche pubbliche che hanno favorito le piantagioni esotiche. In questo contesto, hanno acquisito rilevanza il decreto legge 701 del 1974, che ha stabilito sussidi e incentivi per la silvicoltura, e la successiva legge sulla foresta nativa. Di conseguenza, «i benefici sociali e ambientali branditi per sovvenzionare le piantagioni forestali, in 40 anni sono cambiati in modo significativo in Cile».

Il veterinario e ambientalista Juan Carlos Cardenas, ha riferito a Epoch Times che il 20 Maggio 2015 il governo del Cile ha introdotto nella Camera dei deputati il disegno di legge che estende il bonus stabilito nel 1974, Dl701 sullo sviluppo forestale, il cui testo è stato sostituito dall’art.1 del Dl2565 del 1979. In una lettera aperta inviata al governo del Cile, numerose organizzazioni ambientaliste del Paese e in Europa chiedono «la cessazione definitiva del Dl 701, e che il governo ritiri dal Parlamento il disegno di legge per la sua estensione. Chiedono inoltre che il governo si dissoci da qualsiasi altra formula che incentivi la monocultura industriale».

«Si tratta di una proposta di continuare a supportare economicamente la creazione di monoculture di pini ed eucalipti, attraverso la quale lo Stato sovvenziona la piantagione di queste specie esogene per il Cile; inizialmente si faceva per beneficiare i gruppi economici forestali tramite bonus sui loro costi di produzione, e al presente, genera incentivi del 90 per cento per i proprietari di piccole imprese forestali, il 75 per cento per i proprietari di medie imprese, e il 50 per cento per i grandi proprietari (secondo le modifiche apportate nel 2011)».

Tra i beneficiari della presente legge, aggiunge il dott. Cardenas, menzionando la lettera aperta, figurano «Forestal Mininco Cmpc (Gruppo Matte) con più di 750 mila ettari di superficie forestale; e Forestal Arauco – Celco (Angelini), con un milione e 200 mila ettari, che rappresentano il 70 per cento dell’industria».

Gli ambientalisti avevano previsto gli attuali incendi, e hanno chiesto che si indaghino direttamente le responsabilità delle imprese forestali, per la piantagione di specie combustibili, e per la loro diffusione e gestione.

Inoltre, queste imprese private sono state accusate di annettere terreni per i loro interessi, «creando maggiori rischi e conseguenze per i piccoli e medi proprietari, continuando a detenere il potere d’acquisto dei raccolti e sui prezzi del mercato interno».

Sia l’Associazione degli Agronomi che il suddetto studio del dott. Altamirano, concentrano l’attenzione sul fatto che sia un’entità privata come la Conaf a controllare e distribuire i sussidi forestali, e non lo Stato.

Dopo che una foresta nativa viene distrutta, la legge stabilisce che la Conaf sovvenzioni chi è impegnato «ai fini della produzione di legname» e non ai fini del recupero ambientale.

Secondo l’associazione dei tecnici agronomi, il modello implementato, «ha assegnato al mercato il ruolo teorico di regolamentare quel che per definizione spettava allo Stato», i cui deputati e senatori si sono rifiutati di sviluppare un ente pubblico al servizio del Paese, lasciandolo in mano agli enti privati, che hanno operato trasformazioni dannose per il territorio.

Per il dott. Altamirano «le piantagioni di per sé non sono un male. Quel che più preoccupa è il modo in cui sono state sviluppate, occupando grandi aree». Nel caso dell’Araucanía è stato fatto nell’ambiente delle terre indigene.

In un comunicato del Senato del Cile del 26 agosto 2013, gli stessi esponenti si lamentano del fatto che la legge sulla foresta nativa in Cile è abusiva, dal momento che anche se nel testo si parla di «attività mirate a gestire e recuperare le foreste native», in realtà poi si precisa che i sussidi vengono assegnati «ai fini della produzione di legname e prodotti non legnosi».

Nel comunicato si accusa inoltre il governo di non riuscire a offrire le dovute consultazioni, obbligatorie per legge, alle popolazioni indigene, per discutere degli effetti che questa produzione del legno ha sulle loro terre.

LA RISPOSTA DEL GOVERNO

Da parte sua il governo del Cile ha assicurato questa settimana che chi ha subito danni alle sue terre a causa degli incendi riceverà un «Fondo d’investimento per il rimboschimento e l’adattamento al cambiamento climatico», che ha l’obiettivo di «ridurre le emissioni di carbonio per evitare il degrado delle foreste native e la gestione sostenibile delle risorse naturali». Questo denaro consegnato dalla Conaf, proviene da contributi, gestiti dalla Banca mondiale attraverso il Fondo mondiale per l’ambiente (Gef) e il Fondo Cooperativo del carbonio forestale (Fcpf).

Per quanto riguarda l’impatto degli incendi sulle compagnie di assicurazione, la Soprintendenza di Titoli e Assicurazioni ha annunciato di star monitorando i possibili effetti sul sistema finanziario, come riportato dal Ministero delle Finanze in data 28 gennaio: «Tuttavia, preliminarmente si stima che l’impatto sul settore assicurativo sia piuttosto limitato, per via dell’esistenza di contratti di riassicurazione che mitigano la loro esposizione».

I LATIFONDISTI FORESTALI

I proprietari forestalI in Cile, principali beneficiari delle leggi tanto discusse dall’associazione degli agronomi, sono il gruppo Angelini e la famiglia Matte. I dati riportati da Radio Universidad de Chile nel 2014, che avvertivano del pericolo di un ‘duopolio’, indicano che entrambi i gruppi erano in testa con il 78,7 per cento delle esportazioni del Paese in questo settore, mentre 674 piccole e medie imprese, con un totale di 723,7 milioni di dollari Usa, rappresentavano una quota di solo il 18 per cento del mercato.

L’azienda forestale Celulosa Arauco y Constitución, del gruppo Angelini, ha raggiunto il 29,6 per cento del mercato, con esportazioni per 1.187,4 milioni di dollari; una cifra più alta rispetto agli anni precedenti.

La società di cellulosa Cmpc, di proprietà della famiglia Matte, ha raggiunto una quota di mercato del 19,2 per cento, con esportazioni per 769,5 milioni di dollari, anch’essa in notevole crescita. Altre aziende nella categoria, appartenenti a questi due gruppi, completano il resto dello scenario.

Secondo l’analista di Radio Universidad de Chile «questo duopolio non è solo motivo di profitti esorbitanti per le famiglie citate sopra, ma si traduce anche in una serie di ostacoli e problemi per le Pmi e le comunità in cui si trovano». Il bonus del Decreto 701 ha stabilito che queste imprese siano esenti dall’imposta territoriale, tra gli altri benefici.

Anacleto Angelini, italiano emigrato in Cile nel 1948, morto nel 2007, ha formato il suo impero sulla cellulosa, sul petrolio e sulla pesca. Secondo la rivista Forbes, è stato uno degli uomini più ricchi del Sud America.

Il Gruppo Angelini controlla anche l’azienda cilena del petrolio Copec e sta ancora beneficiando della discussa legge sulla pesca, approvata dal Senato a fine 2012 nonostante le proteste di ambientalisti, pescatori e senatori dell’opposizione. Questa legge, che l’opposizione sta cercando di annullare, ha consegnato a sette privati il 92 per cento delle risorse marine a largo delle loro coste. Tra queste sette famiglie c’è Roberto Angelini.

ACCUSE E ARRESTI

Durante l’ultima settimana in Cile sono stati portati a termine diversi arresti in relazione agli incendi. Secondo il media Bío Bío, il 26 gennaio, i carabinieri hanno arrestato quattro sospetti che hanno abbandonato la zona degli incendi a bordo di una Fiat Fiorino. «Nel veicolo su cui viaggiavano, hanno sequestrato due taniche con resti di paraffina e un paio di guanti». In questo e altri casi simili, la giustizia non ha riconosciuto colpevoli i sospettati.

Sui social network si sono diffuse voci di arresti di mapuche e colombiani che secondo gli accusatori stavano diffondendo la «guerra del fuoco», tuttavia, la stampa di Bío Bío ha osservato che «il procuratore nazionale, Jorge Abbott, ha negato giovedì queste informazioni», inoltre, «ha assicurato che non ci sono prove che colleghino queste persone agli incendi».

Sempre sui social si sono diffuse accuse contro Salvador Penchulef Sepulveda, funzionario municipale mapuche, che nel 2014 aveva scritto sul suo profilo Facebook dell’arrivo di una «tempesta di fuoco nel Wallmapu (territorio Mapuche)» che avrebbe colpito le ditte forestali del legno che hanno distrutto le foreste. Il media El Desconcierto afferma che il mapuche avrebbe espresso queste parole dopo che un trattore in quei giorni aveva investito e ucciso il mapuche Jose Quintriqueo.

Il deputato Diego Paulsen, la cui proprietà si trova a 500 metri dalla casa di Penchulef, ha intrapreso un’azione giudiziaria contro il mapuche, che è stato accusato di aver violato l’articolo sesto della legge di sicurezza interna dello Stato e attualmente gli è stato vietato di uscire dal Paese.

Ma per Penchulef, che chiede apertamente l’eradicazione delle ditte forestali del legno dal territorio di mapuche, la ‘tempesta di fuoco’ era una metafora.

In occasione della prima seduta dell’Assemblea Costituente Mapuche tenutasi a Temuco, Cerro Ñielol, il 30 novembre 2016, Penchulef, come funzionario del governo locale, ha parlato della necessità di salvaguardare la Terra, così come dell’antico trattato tra i mapuche e il governo del Cile.

I RACCONTI

Dal lontano comune cileno di Linares, Pamela Ruiz, una residente di campagna di quelle zone, ha spiegato a Epoch Times come ci si sente a tornare a casa dopo un’evacuazione: «Una strana tranquillità. Soffocati dal fumo, gli uccelli non cantano più, i cani non abbaiano. Io cerco di darmi da fare qui nel mio terreno, ma il dolore alla testa non si sopporta… la vita rallenta e le ore non passano. Ci vorrà del tempo prima che questa sensazione di allerta permanente se ne vada». Nel suo caso, gli abitanti dei terreni del luogo in precedenza si erano uniti ai volontari e con delle pale hanno cercato di bloccare il passaggio del fuoco.

In realtà a essere state danneggiate non sono solo le imprese forestali, le imprese di assicurazione e quelli che lavorano e vivono in campagna. L’artista e pittrice Patricia Alcayaga, del Chillán, una città di 160 mila abitanti nella regione di Bío Bío, ha condiviso la sua foto a Epoch Times in cui si vede una nube tossica che ha raggiunto il centro maggiormente abitato. Le fiamme sono riuscite a bruciare la chiesa di San Nicola. «A Chillán oggi il Sole è oscurato dal fumo; l’aria è irrespirabile».

«Il fumo, dato che stava andando a fuoco San Nicola, ha invaso Chillán quando erano circa le 20.00 e ha continuato fino al giorno dopo; c’è stata per tutto il giorno un’aria tossica; tutto il giorno sono andata per farmacie in cerca di mascherine, ma erano esaurite. Dovevo recarmi in centro e non volevo respirarmi quell’aria; siamo stati tutto il giorno con le finestre chiuse e i ventilatori per far circolare l’aria, anche perché giovedì c’erano 41 gradi».

Secondo la stampa locale, la mattina di venerdì 25 gennaio, sono stati registrati 818 microgrammi per metro cubo (ug/m3) di particelle, considerando che il limite massimo in Cile, nella media di 24 ore, è di 50 ug/m3.

Il problema ambientale di Chillán è lo stesso in altre città, e nelle zone rurali l’aria è irrespirabile e dannosa per la salute, in particolare di bambini, anziani e donne in gravidanza. Tuttavia il sito governativo di allerta ambientale non sembra segnalare in modo tempestivo, giorno per giorno, la qualità dell’aria.

LA SOLIDARIETÀ

Mentre gli incendi non danno tregua ai cileni, dalla rete emergono la rabbia e la disperazione delle persone che hanno visto bruciare sotto i loro occhi i propri terreni e i loro animali. Ma nonostante tutto prevale lo spirito di solidarietà dei vicini di casa che portano acqua e attrezzature a chi ha perso tutto.

La raccolta si organizza sui social tra amici e vicini di casa. Al momento si registrano 1.343 persone trasferite negli alberghi, 2.970 persone danneggiate e 1.061 case distrutte.

Un totale di 305 unità di Vigili del fuoco sono in prima linea nelle zone colpite dagli incendi con 1.869 volontari specializzati. La legge consente loro di lasciare i loro posti di lavoro regolari per assistere nella situazione di emergenza. Le forze armate stanno aiutando con 3.429 uomini e l’esercito sta dando il suo contributo con 43 brigate e 22 unità di emergenza. A loro volta, diversi Paesi hanno offerto il loro aiuto tramite l’invio di squadre speciali, tra questi la Francia, la Colombia e il Perù.

Forse, ha concluso la signora Pamela Ruiz «questa tragedia potrebbe rendere migliori gli esseri umani, più generosi, più amorevoli verso gli altri, più rispettosi del pianeta… è un’occasione di riflessione»

Traduzione di Alessandro Starnoni

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