Che Guevara, il mito e la realtà

Che Guevara. (Wikimedia Commons)

«L’odio come fattore di lotta», era lo slogan dell’argentino Ernesto Guevara (1928-1967), conosciuto anche come ‘Il Che’ o il ‘Comandante’, carismatico guerrigliero del comunismo marxista che, assieme a Fidel Castro, era sbarcato sull’isola di Cuba il 2 dicembre del 1956 per prendere il potere con la lotta armata e instaurare un nuovo regime.
Dopo la rivoluzione, il regime di Castro concedeva al guerrigliero argentino la nazionalità cubana, nominandolo capo della milizia e direttore dell’Istituto di Riforma Agraria (1959) e, in seguito, anche presidente della Banca nazionale e ministro dell’Economia (1960), e, infine, ministro dell’industria (1961).

La figura di Che Guevara è spesso idealizzata dai più nostalgici. Eppure, se si analizzano le sue parole, ma soprattutto le sue azioni, si può vedere che nella sostanza non differiscono molto da quelle di un tipico terrorista dei giorni nostri: nell’insieme, i suoi discorsi danno l’immagine di un fanatico, che si è appellato all’ideale di giustizia con lo scopo ultimo di dar libero sfogo alla sua ‘sete di sangue’, alla quale fa lui stesso riferimento nelle sue note di viaggio diffuse dal movimento politico di cui faceva parte.
E d’altronde questa natura violenta, si era manifestata già molti anni prima del suo arruolamento al gruppo armato clandestino dei fratelli Castro, come testimoniano ancora una volta le sue note di viaggio e le sue lettere personali, appuntate tra il 1951 e 1952, e citate nel libro ‘Las victimas olvidadas del Che Guevara’ [Le vittime dimenticate del Che Guevara, ndt], di Maria Werlau; Che Guevara stesso scrive: «intingerò nel sangue la mia arma, e più furioso che mai, taglierò gole a tutti i vinti caduti nelle mie mani […] già sento le narici dilatate che assaporano l’acre odore della polvere e del sangue, della morte del nemico».

LA MANIPOLAZIONE DEL PERSONAGGIO

Ernesto Guevara era nato il 14 giugno del 1928 a Rosario, in Argentina, da una famiglia benestante. Durante i suoi studi in medicina aveva intrapreso il suo lungo viaggio attraverso l’America in motocicletta, reso popolare dal film prodotto da Robert Redford e diretto da Walter Salles. Il film mostra un giovane alle prese con la natura desolata del deserto del Cile, che nel suo secondo viaggio, attraversa anche l’Argentina, il Perú e il Venezuela. Il copione è basato infatti sul diario del guerrigliero.
Nel film viene mostrato al pubblico un Che attento ai bisogni degli altri e insofferente alle ingiustizie e alla corruzione dei potenti. Un’immagine che, come si può facilmente intuire dai suoi stessi scritti e discorsi, si discosta radicalmente da quella del vero Ernesto Guevara.

Ma in che modo Ernesto Guevara, figlio di una famiglia benestante e laureato in medicina, era finito a condurre un gruppo di guerriglieri in guerra, invece che adoperarsi per la democrazia o le azioni sociali a favore dei poveri, come farebbe un autentico uomo di pace?

Se si legge il modo in cui termina il Manifesto Comunista, la base ideologica fondamentale del partito comunista fin dalla sua fondazione (partito di cui Che Guevara ha fatto parte sin da giovane), si può comprendere come questa ‘doppia identità’ contraddittoria del Che non costituisca una stranezza per i principi comunisti: «I comunisti non si preoccupano di nascondere le loro opinioni e i loro obiettivi. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti solo rovesciando con la violenza tutti i sistemi sociali esistenti».

Ernesto Guevara aveva appreso la dottrina di Marx dai libri di sua madre. È inoltre noto come fosse ateo sin dalla giovane età, come conferma il documentario A Mi Padre el Che, realizzato da Marie Monique Robin, che lo rappresenta come una persona ‘allergica’ ai luoghi di fede (anche questo è un elemento distintivo di ogni comunista convinto). E, sicuramente, Guevara da Marx aveva anche imparato a credere che «la lotta di classe conduce, necessariamente, alla dittatura del proletariato», dal momento che è stato l’obiettivo da lui perseguito anche a Cuba. In un documento di Guevara datato 16 aprile 1967, pubblicato da Tricontinental – organo del Segretariato Esecutivo della Ospaaal (Organizzazione di Solidarietà dei Popoli dell’Africa, Asia, America Latina – Guevara inneggia inoltre «all’odio intransigente verso il nemico, che va molto più in là delle limitazioni naturali dell’essere umano e lo converte in una efficace macchina per uccidere, fredda e selettiva».

ODIO E VIOLENZA NON SONO L’UNICA VIA

Nel corso degli ultimi 5 mila anni di storia dell’Umanità, sono apparse in tutto il mondo diverse figure importanti, che hanno trasmesso all’uomo importanti valori spirituali di tolleranza. Tra queste, Lao Zi in Cina, Sakyamuni in India e Gesù in Giudea, hanno dimostrato che la felicità e la pace dei popoli origina dallo stato interiore del singolo individuo, e che (logicamente, verrebbe da osservare) il bene genera bene e il male genera il male, col solo (evidente) risultato di portare l’umanità verso l’autodistruzione.

Questi personaggi storici hanno anche indicato una via verso la purezza interiore, che porta a coltivare in se stessi un cuore libero dall’odio e dall’invidia per il prossimo. Un cammino di verità, benevolenza e tolleranza, che aiuta l’uomo ad abbandonare la propria parte malvagia e violenta, portando di conseguenza una vita più felice alle persone.
Al contrario, il fine di leader come Che Guevara, Fidel e Raul Castro in America, Mao in Cina e Lenin e Stalin in Russia, era quello di privare l’uomo della propria umanità, distruggendola, il più delle volte senza neanche il consenso dei loro seguaci (spesso inconsapevoli e in buona fede), in modo da espropriare la proprietà altrui col pretesto delle ingiustizie sociali create dalla corruzione.

Nella Storia, uccidere non è mai stato considerato un atto di onore ed eroismo, ma una conseguenza della perdita dei veri valori umani.

Rabindranath Tagore, premio Nobel per la Pace, scrive: «Dormivo, e sognavo che la vita fosse allegria. Mi sono svegliato e ho capito che la vita era servizio. Ho servito e ho compreso che il servizio era allegria». Che allegria può avvertire una persona che sottrae a un’altra il diritto alla giustizia e alla vita?

Persino il grande autore russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij, dopo aver fatto parte di un gruppo rivoluzionario, ha riconosciuto di essere stato avvelenato da quelle dottrine. Nonostante non sia mai riuscito a liberarsi da questo suo tormentoso passato, ha definito i leader rivoluzionari come «demoni», descrivendo in dettaglio le loro anime vuote e malate, in un’opera che si intitola infatti ‘I Demoni’.

EL CHE E IL GRANDE FRAINTENDIMENTO

Tornando al rivoluzionario sudamericano, non sono pochi quelli che elevano Guevara come un eroe che ha lottato e si è sacrificato per i diseredati: una bandiera e un martire per i gruppi dei ribelli armati che si scagliano contro il tiranno di turno, nonché valida giustificazione per uccidere e accaparrarsi il potere rubando tutto a suo vantaggio.

Ma i fatti dicono altro: Guevara e i fratelli Castro, con il loro regime comunista, sono ritenuti responsabili della morte e della scomparsa di migliaia di cubani, più di quelli attribuiti al dittatore loro predecessore, Fulgencio Batista y Zaldívar. In Russia, il comunismo ha causato decine di milioni di morti e in Cina circa 100 milioni.
Una delle ‘conquiste’ del Che, e di Fidel e Raul Castro a Cuba, a seguito dello sciopero di massa per spodestare la dittatura di Batista, è stata quella di regalare al Paese non la tanto anelata pace (per la quale il popolo li aveva appoggiati) ma una nuova dittatura estremamente crudele e criminale, a causa della quale il 20 per cento dei cubani è dovuto scappare, a rischio la propria vita.

È plausibile affermare che Guevara, in quanto comunista, dovesse conoscere queste parole attribuite a Mao: «La guerra può essere abolita solo con la guerra. Perché non vi siano più fucili, bisogna impugnare il fucile». La ‘logica’, per così dire, è chiara. Di rimando, a Stalin, un criminale responsabile di uno dei peggiori genocidi della Storia, viene invece attribuita questa frase: «Una singola morte è una tragedia, un milione di morti è una statistica».

IL GRANDE INGANNO DEL SOGNO COMUNISTA

I leader comunisti sono sempre stati molto abili nell’ottenere il consenso delle masse di diseredati ricorrendo all’inganno: tornando a Cuba, in realtà a scacciare il dittatore Fulgencio Batista non è stata la guerriglia comandata dai fratelli Castro e Che Guevara, ma un massiccio sciopero generale nel Paese che aveva appoggiato la richiesta di resa della guarnigione di Santiago di Cuba, costringendo Batista a fuggire.
Il popolo cubano credeva nell’instaurazione della democrazia, come ha raccontato la sorella di Fidel, Juanita Castro, in una recente intervista rilasciata dopo la morte del fratello a Diaro Las Américas: i cubani mai avrebbero potuto immaginare che potesse arrivare una nuova dittatura, e ancor meno una dittatura comunista-marxista.

Juanita Castro racconta di essere stata un’attivista del movimento del 26 luglio a Cuba, e di aver in un primo momento appoggiato la rivoluzione contro Batista, per poi essersi sentita tradita, da Fidel e dal Che soprattutto, che eseguiva arresti ed esecuzioni senza alcun processo. In seguito è scappata da Cuba senza mai più tornarvi: «Quando ho iniziato a vedere fucilazioni nella fortezza militare a La Cabaña, non lo potevo più accettare». E ancora: «Non so cosa spingesse Che Guevara a compiere tanto male gratuito, senza tra l’altro finire una sola volta davanti a un tribunale; anche questo mi ha fatto molto male […] prelevava da casa e imprigionava chiunque, purché avesse un parente che aveva sostenuto Batista […] tutti iniziavano a farsi giustizia da sé; all’inizio ho pensato, ingenuamente, che tutto questo accadesse perché Fidel non sapeva nulla di quello che stava accadendo».

Ernesto ‘Che’ Guevara, nel 1964, ha riconosciuto queste esecuzioni all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite; queste le sue parole citate dalla Bbc: «È una verità conosciuta e non l’abbiamo mai nascosta agli occhi del mondo. Esecuzioni, sì. Abbiamo fucilato, fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario. La nostra lotta è una lotta di morte».

María Werlau, nel suo libro (Las Victimas Olvidadas del Che Guevara), presentato a Miami alla Prima edizione del Festival dell’Arte delle Letteratura indipendente e tradotto in spagnolo da Eida del Risco, descrive anche come Fidel avesse concesso al Che il diritto di avere l’ultima parola sulla pena capitale. Nel documento si afferma che un team dell’organizzazione ‘Archivo Cuba’, è riuscito a raccogliere le prove di 79 esecuzioni dirette da Guevara nel giro di pochi mesi, e di almeno 954 esecuzioni in tutta Cuba nel solo anno 1959.

Altre indagini, come quelle dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Cuba, attribuiscono Ernesto Guevara dalle 200 alle 700 esecuzioni. Un avvocato che ha lavorato con lui, ha descritto almeno 600 esecuzioni eseguite in 6 mesi, mentre altri parlano di 2 mila esecuzioni: «Probabilmente non si saprà mai il numero delle vittime del Che. Molte persone sono morte nelle guerriglie da lui dirette in Congo e in Bolivia, così come nelle rivolte e azioni violente da lui orchestrate in America Latina. Quel sistema totalitario che Che Guevara ha aiutato a imporre a Cuba, è costato negli ultimi decenni a migliaia di vite», scrive María Werlau.

La Werlau, per avvalorare la sua tesi della natura perversa del Comandante, riporta queste parole del guerrigliero, citate da Carlos Franqui, giornalista del quotidiano Revolución, con le quali il Guevara ha tentato di giustificare le esecuzioni: «Abbiamo arrestato molte persone senza sapere con sicurezza se fossero colpevoli. A volte, la rivoluzione non può fermarsi a indagare, ma ha l’obbligo di trionfare». E Che Guevara, i suoi misfatti, invece di nasconderli come ha fatto Stalin, ha provato a legalizzarli; e per facilitarsi il compito ha nominato Giudice Commissario delle Corti rivoluzionarie un contabile di 21 anni di nome Orlando Borrego.

I testimoni riportano che secondo Guevara non ci fosse bisogno di ricorrere a metodi legali ‘borghesi’ per le esecuzioni, e che le prove erano secondarie. Nella mente del Comandante c’erano solo ricchi e borghesi da una parte e proletari dall’altra. Nel primo gruppo metteva tutti i suoi oppositori e i controrivoluzionari, e il secondo era diventato parte del suo sistema di istruzione. La Werlau riporta infatti queste altre parole del Che, citate da alcuni testimoni nel suo libro: «Non c’è bisogno di fare molte verifiche per sparare a una persona. Quello che c’è da sapere è solo se è necessario fucilarlo».

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

Traduzione di Alessandro Starnoni



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