Cesare Battisti, sì all’estradizione

(CHRISTOPHE SIMON/AFP/Getty Images)

Una gioventù da criminale e 36 anni da latitante. Questa è in sintesi la vita di Cesare Battisti, l’ex terrorista rosso, assassino a 24 anni e fuorilegge già da maggiorenne per diverse rapine. Da trent’anni l’Italia ne chiede l’estradizione, negata nel 1991 dalla Francia e nel 2010 dal Brasile, sempre per motivi ‘poco chiari’. Ma oggi, finalmente, la libertà di Battisti sembra avere le ore contate e la sua estradizione in Italia appare sempre più vicina.

Nelle ultime ore infatti, secondo i media sudamericani, l’attuale presidente brasiliano Michel Temer gli avrebbe revocato lo status di ‘rifugiato politico’ e avrebbe emesso l’ordine per l’estradizione in Italia. Nel 2010 era stato l’ex presidente brasiliano Luiz Inácio ‘Lula’ da Silva – oggi è coinvolto in più processi per corruzione – a esercitare la funzione di scudo politico e a negare l’estradizione del terrorista italiano, ex militante comunista dei Proletari Armati, condannato nel 1979 a 13 anni e cinque mesi, e poi in contumacia a due ergastoli nel 1993 per quattro omicidi e varie rapine.

La decisione finale sull’estradizione di Battisti spetta però al Tribunale supremo brasiliano e in particolare al giudice Luiz Fux, che sta seguendo il caso. L’unico ostacolo alla giustizia potrebbe presentarsi nel caso in cui il giudice accetti la richiesta dell’habeas corpus, ovvero quell’insieme di norme che tutelano la libertà personale, presentata dalla difesa il 25 settembre all’ennesima richiesta di estradizione da parte dell’Italia.

Tuttavia, secondo quanto dichiarato al Messaggero da Gilmar Mendes, il giudice che nel 2009 aveva seguito il caso Battisti e che oggi è a capo della Corte Suprema Federale, questa volta non ci sono cavilli burocratici all’orizzonte, e Battisti «può essere tranquillamente estradato».

Il 4 ottobre 2017 il latitante era stato arrestato mentre tentava di fuggire dal Brasile in Bolivia, e scarcerato poco dopo su ordine di un giudice brasiliano. In quest’occasione gli è stato contestato anche il reato di ‘esportazione di valuta’, poiché portava con sé al confine diverse migliaia di euro. Anche in questo caso, secondo Mendes, «è sufficiente che il presidente lo esenti dal rispondere al processo, stabilendo la sua consegna allo Stato italiano».

In merito a quest’ultimo episodio, la difesa, in un documento depositato presso la Corte Suprema e citato dal quotidiano Oglobo, afferma che la polizia federale abbia inserito nella sua relazione elementi «non veridici e falsi» in modo da «creare un clima favorevole alla sua espulsione dal Paese». La difesa è infatti convinta che Battisti non debba essere estradato, dal momento che secondo loro, l’ex terrorista non avrebbe ucciso nessuno.

Battisti è in Brasile dal 2004, dopo la sua evasione dal carcere italiano nel 1981, e il suo soggiorno in Francia, dove si era rifugiato proprio fino al 2004, sfuggendo a una richiesta di estradizione nel 1991. In quel caso lo aveva salvato la dottrina Mitterrand, in vigore all’epoca nel Paese transalpino.

Quella stessa Francia che prima lo aveva protetto, lo avrebbe consegnato all’Italia nel 2004, ma Battisti in quell’occasione ha fatto perdere le sue tracce, rifugiandosi in Brasile. Qui è stato arrestato nel 2007 e l’Italia ne aveva chiesto ancora l’estradizione, concessa dalla Corte suprema brasiliana nel 2009 ma poi negata dall’allora presidente socialista Lula nel 2010.

DA ‘DOVE ARRIVA’ BATTISTI

I Proletari Armati per il comunismo, l’organizzazione di cui Battisti ha fatto parte, erano, insieme alle Brigate Rosse, una delle principali organizzazioni per le lotte armate di estrema sinistra durante gli anni di piombo. Dopo la caduta del fascismo, nel timore che il potere potesse passare nuovamente in mano a fazioni estremiste (ma del lato opposto) in Italia vigeva un saldo sistema centrista, in mano alla Democrazia Cristiana che – a livello geopolitico – aveva il compito strategico di mantenere l’Italia in un equilibrio moderato che evitasse pericolose polarizzazioni, a destra quanto a sinistra.
In quegli anni, per i gruppi di estrema sinistra il nemico primo era il principio stesso di autorità e potere nella società, e per questo, nella loro visione ultra radicalizzata, il sistema centrista non era diverso dal fascismo. Da qui la lotta armata per far saltare il Sistema tramite l’uso della violenza, i diversi attentati contro il potere e gli omicidi di numerosi esponenti chiave dello Stato (primo fra tutti si ricorda il presidente della Dc, Aldo Moro) opposti al loro ideale utopico. Crimini e omicidi per i quali diversi militanti di queste organizzazioni terroristiche devono essere ancora puniti.

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