Censura e false notizie, la controrivoluzione globale dell’informazione 2.0

Il panico disseminato dalle notizie false si diffonde in tutto il mondo. Germania e Indonesia stanno persino per varare dei programmi governativi per il monitoraggio e la censura dei contenuti online ritenuti falsi.

In Indonesia, dove ci si prepara alle elezioni amministrative della capitale in luglio, il governo analizzerà siti internet e profili sui social network in cerca di notizie false e, al tempo stesso, inizierà una massiccia campagna di «alfabetizzazione sui social media».

In Germania, in vista delle elezioni politiche di settembre, potrebbe essere approvata una legge secondo cui Facebook potrebbe essere multato fino a 500 mila euro per ogni giorno di permanenza online di ogni notizia che sia stata giudicata falsa. Vi è inoltre il progetto della costituzione di un ente governativo preposto a combattere la diffusione di notizie false.

Il Primo Ministro tedesco Angela Merkel, citata dall’International Business Times, sostiene questa linea sulla base del fatto che «il dibattito politico ora ha luogo in un ambiente mediatico completamente nuovo: le opinioni non si formano più come 25 anni fa, oggi abbiamo siti falsi, robot, troll, cose che si autorigenerano rinforzando determinate opinioni attraverso l’uso di algoritmi. Dobbiamo imparare a muoverci in questo nuovo scenario».

Le false notizie esistono da sempre, ma sono diventate oggetto di scontro solo recentemente, in occasione delle presidenziali Usa 2016, in cui i media orientati a sinistra hanno iniziato a sollevare accuse di notizie false e di propaganda russa in favore di Donald Trump.

Prima di questo, le richieste di bloccare le notizie false e le chiacchiere della rete erano dai più considerate come delle forme di censura, anche da parte di quei soggetti e quei media che ora chiedono una regolamentazione del flusso delle notizie online.

Le notizie effettivamente qualificabili come ‘false’, prendono la forma di articoli cosiddetti click-bait [contenuti di basso livello scritti al solo scopo di attrarre click, ndt] pubblicati unicamente a scopo commerciale; ed è questo il genere di contenuti che vengono citati da quegli ‘editori’ digitali che spingono le notizie false, con i loro titoli sensazionalistici al limite dell’assurdo.

Ma l’oggetto del contendere non è questo genere di notizie realmente false, quanto piuttosto il fatto che spesso sotto l’etichetta di ‘falso’ vengano messi insieme siti di notizie false e siti di notizie orientati a destra: PropOrNot, un’organizzazione citata in un pezzo del Washington Post del 24 novembre 2016, ha etichettato oltre 200 editori (fra cui Drudge Report, Zero Hedge e Infowars) come «ordinarie grancasse della propaganda russa nel corso della stagione elettorale».

Siti di questo genere, specie in Europa, spesso assumono posizioni forti contro le politiche dei governi, spaziando dalle tasse all’immigrazione; la paura ora è che i governi possano dotarsi dei mezzi per reprimere tutte le voci di opposizione, semplicemente includendo nella lista delle ‘notizie false’ anche le opinioni politiche legittime e i reportage seri.

Prima che scoppiasse l’attuale guerra contro le notizie false, questo non era mai stato un problema nelle democrazie occidentali, mentre lo era in altre parti del mondo. Secondo una recente indagine dell’associazione statunitense per la promozione della libertà e della democrazia Freedom House, il 67 per cento degli utenti di internet del mondo vivono in Paesi in cui «la critica al governo, alle forze armate o alle famiglie al potere è soggetta a censura». In particolare, il 27 per cento degli utenti internet «vivono in nazioni in cui si viene arrestati per aver pubblicato, condiviso o solo aver ‘messo mi piace’ a un contenuto su Facebook».

Ci sono poi i ‘casi limite’: nel luglio 2016 una coppia tedesca è finita in tribunale per un post in un gruppo che aveva creato su Facebook in cui si criticava l’attuale politica sull’immigrazione. L’autore aveva infatti scritto, al momento dell’apertura del gruppo: «I rifugiati per guerra e povertà stanno inondando il nostro Paese. Portano terrore, paura, sofferenza. Stuprano le nostre donne e mettono in pericolo i nostri figli. È ora di dire basta!».
L’uomo è stato condannato a nove mesi di reclusione con sospensione della pena; la moglie è stata multata con 1.200 euro di sanzione. Il giudice ha definito il gruppo come «chiaramente di matrice di destra».

In Europa, la paura per le leggi che colpiscono le notizie false nasce dal fatto che i partiti di destra hanno visto aumentare il consenso per effetto del crescente disagio causato dall’improvviso afflusso di rifugiati musulmani e degli immigrati provenienti dai Paesi europei più poveri.

Steven Mosher, presidente del Population Research Institute, crede che la paura delle notizie false sia fomentata soprattutto da certi media che hanno intenzione di colpire i media alternativi: «Non hanno più il monopolio delle notizie», dice, osservando che in passato se il New York Times e il Washington Post assumevano la stessa linea su una determinata questione, quella diventava l’opinione generalmente accettata dal mainstream.
Ma con la nascita dei media indipendenti «stanno perdendo il controllo sulle notizie, e questo a loro non va giù». Insomma «stanno perdendo sia leadership che lettori, per cui cercano di delegittimare la concorrenza».

Parte di questa strategia si concentra sui social media e sulle bacheche digitali, con Facebook in cima alla lista degli obiettivi.
Mark Zuckerberg aveva inizialmente rifiutato la linea secondo cui le false notizie avrebbero influenzato le elezioni americane, sostenendo che «l’idea che le notizie false si Facebook – che rappresentano una piccola frazione del contenuto – abbiano influenzato in qualunque modo le elezioni ritengo sia alquanto folle».

Ma il creatore di Facebook ha cambiato idea: il 15 dicembre 2015 il suo social network ha pubblicato un post che annunciava nuove azioni «con l’obiettivo di colpire false notizie e bufale», sintetizzabili in quattro metodi: rendere più facile agli utenti la segnalazione delle bufale; collaborare con verificatori terzi indipendenti per marcare certi post come ‘in discussione’; dare poca evidenza alle notizie che dopo essere state lette non vengono condivise dagli utenti, e infine analizzare i siti di notizie «con l’obiettivo di individuare eventuali casi in cui sia necessario intraprendere azioni di forza».

Facebook, accusato in passato di aver censurato i conservatori, si sta anche rivolgendo a verificatori di notizie orientati a sinistra, fra cui Politifact e Snopes.

Nel maggio 2016, un ex ‘curatore di notizie’ di Facebook aveva rivelato al sito di informazione Gizmodo «l’abitudine a sopprimere (nell’influente sezione ‘notizie di tendenza’) le notizie che fossero di interesse per i lettori conservatori» e che il personale era «obbligato a inserire manualmente determinate notizie nel modulo delle trending news».

Esistono notizie etichettate come false perché sono manifestamente faziose o tralasciano importanti argomentazioni contrarie. Ma Mosher sostiene che la creazione di un sistema che costringesse a riportare tutte le notizie o che imponesse l’equidistanza si trasformerebbe esso stesso in una forma di censura: «La soluzione sta nel fatto che le persone devono sapere di doversi documentare da diverse fonti di informazione, e trovare così un equilibrio; basta anche crearsi il proprio elenco di siti preferiti…». E ancora: «L’unica soluzione è aumentare la diversità delle fonti di informazione, invece che imporne con la forza la diminuzione».

Articolo 19, un’associazione formatasi nel 1987 per difendere la libertà di parola, ha dichiarato in un suo articolo che «diversi Paesi nel mondo proibiscono la diffusione di false informazioni, anche se non contengono contenuti diffamatori»; nell’articolo si osserva, in ogni caso, che queste leggi contro le notizie false sono «rare nei nelle democrazie più solide, in alcune delle quali sono anche state dichiarate anticostituzionali», e che il Comitato per i diritti umani dell’Onu ha «ribadito che i provvedimenti contro le false notizie “limitano ingiustificatamente l’esercizio della libertà di espressione e di opinione”».

Le Nazioni Unite hanno sostenuto questo principio anche nel caso di notizie che causino agitazione nella popolazione, sulla base dell’idea che «in tutti quei casi, l’arresto e la condanna per la pacifica espressione di un’opinione costituiscono una grave violazione dei diritti umani».

Secondo Chris Mattmann, co-creatore di alcune delle maggiori tecnologie alla base di internet e dei motori di ricerca, e attualmente fra i più importanti scienziati del Laboratorio propulsione jet della Nasa, il nascere di queste leggi-filtro «non è meno grave del punire la gente», ed «è uguale a quello che succede in Cina».

«È censura… È la tipica mentalità totalitaria» osserva Mattmann, «La gente deve poter postare contenuti secondo la propria convinzione politica. Postare e condividere nel proprio ambiente sociale».

LE NOTIZIE FALSE IN CINA

Gli oppositori a questo di ‘giro di vite occidentale’ contro le false notizie, guardano alla Cina come all’esempio pratico di quali siano i danni che si verificano se si abusa di queste nuove regole: in Cina postare voci o notizie giudicate false può portare al carcere.

Nel 2000 il Network cinese di informazione finanziaria, è stato multato con l’equivalente di 1.700 euro dollari per aver ripubblicato un servizio di un’agenzia di stampa di Hong Kong in cui si dichiarava che il vice governatore della provincia di Hubei aveva intascato tangenti da un’impresa locale.
In Occidente, lo Stato non può multare così una Testata, e il giornale ha diritto di poter dimostrare in tribunale la veridicità di quanto pubblicato. Ma questo in Cina non può succedere. E, mentre il governatore dell’Hubei non ha dovuto difendersi dalle accuse in tribunale, il suo successore è stato incriminato per una bustarella nel 2015.

E sempre nel 2015, il Partito Comunista Cinese ha rivisto la legge alzando la pena detentiva fino a sette anni, nel caso in cui si «diffondano voci» a proposito di ‘disastri’ di vario genere; Human Rights Watch ha commentato che questa norma può essere oggetto di abuso: in un rapporto del 2015, la Ong osserva che «il governo cinese, col pretesto di voler prevenire voci incontrollate, ha imprigionato degli attivisti di internet che avevano messo in dubbio i dati ufficiali, pubblicando informazioni alternative, su diversi disastri: dalla Sars nel 2003 fino all’esplosione dello stabilimento chimico di Tianjin nel 2015».

Secondo una relazione del 2012 dell’Istituto di ricerca del Congresso degli Stati Uniti, lo scopo di questo genere di controlli è principalmente quello di «indurre all’auto-censura». Il regime cinese, continua l’Istituto, «ha dimostrato una costante intolleranza nei confronti dell’influenza che internet esercita sulla società e la politica cinesi, e ha sviluppato una sempre maggiore gamma di controlli».

David Wertime, editorialista del periodico Foreign Policy, in una deposizione del 2014 di fronte alla US-China Economic and Security Review Commission [ente federale statunitense creato nel 2000 con l’obiettivo di monitorare i rapporti commerciali Usa Cina, indagando e riportando al Parlamento americano tutte le possibili minacce alla sicurezza nazionale derivanti dai rapporti commerciali stessi, ndt] ha dichiarato che non solo il Pcc si serve di una determinata combinazione di strumenti di censura, ma che riserva ancor più duri metodi di intimidazione (fino all’arresto) alle persone che abbiano una certa visibilità su internet, con l’obiettivo di «scoraggiare dal condividere pubblicamente i propri pensieri eterodossi chiunque abbia il desiderio di dissentire, per evitare che possa generarsi un seguito».

Articolo in inglese: ‘Fake News’ Crackdown Spreads Around the World

Traduzione di Emiliano Serra



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