Catalogna, questo referendum non s’ha da fare

Carles Puigdemont, presidente di Catalogna, e Mariano Rajoy, presidente di Spagna. (Wikimedia)

Mancano poco più di tre giorni al controverso referendum per l’indipendenza della Catalogna, e il braccio di ferro tra Madrid e il governo regionale catalano continua: mentre per il primo la consultazione è un atto illegale e quindi da bloccare a tutti i costi, per lo schieramento indipendentista del governo catalano è manifestazione del diritto alla libertà e all’autodeterminazione dei popoli.

L’ordine da parte della Procura spagnola alla polizia catalana di recintare i seggi per impedire il voto è solo l’ultima delle misure adottate dal governo di Madrid per fermare il referendum; a questa si aggiungono infatti i recenti arresti da parte della Guardia Civil Spagnola di 14 funzionari indipendentisti dell’amministrazione catalana; e prima ancora, la sospensione della legge sull’indipendenza della Catalogna da parte della Corte Costituzionale, e le perquisizioni e i sequestri delle urne e delle schede per la consultazione.

Tutto questo non sembra però aver scoraggiato Puigdemont, che è determinato ad andare diritto per la sua strada: infatti per il presidente della Generalitat de Catalunya, che in una conferenza stampa aveva paragonato il governo iberico ai «regimi totalitari» del passato, domenica primo ottobre il referendum si farà, anche senza una commissione, senza urne e senza schede, e persino con i siti web di orientamento al referendum oscurati.

Secondo quanto riporta il Post, il governo catalano ha messo a disposizione per domenica diversi accademici internazionali (ancora anonimi) che serviranno a certificare i risultati della votazione, considerando che per Puigdemont la validità del referendum non è vincolata al raggiungimento di un quorum. Altro punto oscuro è come si comporteranno domenica in Parlamento i deputati indipendentisti catalani, e se voteranno o meno, dal momento che, a seguito della sospensione della legge sull’indipendenza, per il governo iberico il referendum è e rimane illegale.

Il presidente della Spagna, Mariano Rajoy sottolinea attraverso il sito ufficiale governativo che «nessun governo di Spagna riconosce quel che sta accadendo in Catalogna. Né lo Stato di diritto né la democrazia lo accetteranno». Rajoy ha chiesto ai catalani di «rimanere calmi […] abbiate la certezza totale e assoluta che le cose torneranno presto al loro posto».

SOTTO LA PUNTA DELL’ICEBERG

Secondo alcuni manifestanti «la Catalogna non è mai stata una nazione, ancor meno uno Stato», tuttavia la politica di obbligatorietà dell’insegnamento della lingua catalana, così come la forte educazione nazionalista negli ultimi 40 anni, hanno influenzato la mentalità della popolazione delle ultime generazioni.

Guardando alla Storia, gli scrittori greci si riferivano alla penisola con il nome di Iberia, e le lingue delle popolazioni originarie, a seguito della conquista dell’Impero Romano, furono latinizzate, per poi trasformarsi in quelle attuali, come portoghese, castigliano e catalano. Quando nel quinto secolo i Visigoti occuparono Barcellona (Barcino per i romani), la nominarono capitale delle terre spagnole, la Hispania.

Stele romana del secolo 110-130 conservata a Barcellona. (Wikimedia)

Dopo l’invasione degli arabi, nel 795 d.C Carlo Magno definì ‘Marca di Spagna’ le diverse contee a Sud dei Pirenei, che avrebbero dovuto evitare l’invasione musulmana verso i territori Franchi settentrionali. Questo non ha impedito però ad Almanzor, nel 985, di distruggere e saccheggiare Barcellona, che è una delle quattro province dell’attuale Catalogna, assieme a Girona, Lleida e Tarragona.

Mapa della Iberia nel 1157. (Wikimedia)

Con Barcellona indebolita, nel primo millennio il regno di Castiglia si proclamò imperatore di Hispania e da allora la capitale diventò Madrid. Da parte sua, Barcellona riuscì ritornare una delle città porto più importanti del Mediterraneo e fu da quel momento che consolidò un principato di Catalogna, unitosi poi alla corona di Aragona, che estese i suoi confini occupando anche Sicilia, Napoli e Atene.

Nel 1469 l’unione tra monarchi aragonesi e castigliani innescò importanti conflitti di potere nel corso delle successioni, e nel settimo secolo i governanti di Barcellona cercarono di formare una repubblica indipendente, e per farlo arrivarono ad allearsi con Luigi XII di Francia.

Barcellona nel 1563 (Wikimedia)

Nella dichiarazione dei diritti di indipendenza, il governo della Catalogna scrive: «Nel 14esimo secolo, si venne a creare il governo provinciale generale, o Generalitat, che acquisì via via sempre più autonomia». Questo governo tuttavia, che secondo alcuni storici si formò per raccogliere il debito fiscale, è stato abolito nel 1714 da Filippo V a seguito della caduta di Barcellona durante la guerra di successione.

Nel 1931 la sinistra catalana ha provato a riformare il governo Generalitat de Catalunya ma il tentativo ha trovato l’opposizione del dittatore Francisco Franco. Restaurata la democrazia, nel 1977, Josep Tarradellas, ex segretario generale della Sinistra Repubblicana di Catalogna, è stato nominato primo presidente della nuova Catalogna, riconosciuta come regione autonoma dall’allora presidente spagnolo Adolfo Suarez. Jordi Pujol, del Partito Convergenza Democratica di Catalogna, gli ha preso il posto dal 1980.

Josep Tarradellas (1899-1988). (Barcelonas)

Da quel momento si è creata una spaccatura interna al governo di Catalogna, in particolare tra Josep Tarradellas e il suo successore Jordi Pujol, accusato dal primo di avere un atteggiamento eccessivamente nazionalista. Secondo quanto dichiarato nel 1981 da Tarradellas in una lettera inviata al direttore di La Vanguardia infatti, la politica di Pujol era sfociata in una deriva estremista, che propagandava vittimismo e provocazioni nei confronti della Spagna, oltre che un eccessivo indipendentismo. Questo per Tarradellas avrebbe portato alla rottura degli equilibri tra il governo di Catalogna e la Spagna, oltre che a una spaccatura interna al popolo catalano: «La divisione sarà ogni giorno sempre più profonda, e ci allontanerà sempre più dai nostri propositi di consolidare, per noi e per la Spagna, la democrazia e la libertà».

Nella sua lettera, Tarradellas ha anche accusato Pujol di avergli vietato, nel suo discorso di congedo dal Parlamento, di pronunciare le tradizionali parole, ‘Viva la Spagna’, oltre che ‘Viva Catalogna’: «Sapevo che lui teneva solamente alla Catalogna, ma per me questo era inaccettabile: i due popoli doveva rimanere uniti con le loro aspirazioni comuni».

Jorge Pujol è rimasto al comando della coalizione Convergenza e Unione, tramite la quale ha governato la Catalogna, fino al 2003. La sua coalizione è tornata al potere con Artur Mas come presidente, ma si è sciolta quando nella lotta per il potere si è distaccata l’Unione Democratica della Catalogna, partito contrario al referendum.

La Convergenza Democratica di Catalogna, per raggiungere la leadership, si è quindi unita alla Sinistra Repubblicana di Catalogna e ad altre frazioni nella coalizione Insieme per il Sì. Artur Mas ha quindi ceduto il posto al giovane Carles Puigdemont, ex leader dei giovani nazionalisti, studente di filologia catalana e giornalista per l’Agencia Catalana de Noticias.

L’ultima consultazione per l’indipendenza si è tenuta il 9 novembre 2014, durante il mandato di Arthur Mas (2010-2016). Nonostante la natura illegale della manifestazione, che non disponeva di una chiara lista degli aventi diritto al voto, è stato riferito che in quell’occasione hanno votato il 37 per cento (2,3 milioni di persone) degli aventi diritto, e di questi l’80 per cento (1,8 milioni) aveva votato per il sì.

Nel luglio 2016, Puigdemont, nel celebrare la fondazione del Partito Democratico catalano, ha affermato che questo «nasce con lo spirito incorruttibile e l’impegno di incamminare la Catalogna verso l’indipendenza». Madrid e l’Unione Europea tuttavia, non la pensano allo stesso modo.

Traduzione di Alessandro Starnoni

 

 

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