Carceri libiche, Amnesty punta il dito contro Italia e Europa

Le carceri e i centri di detenzione improvvisati sono gestiti in alcuni casi dalle autorità libiche e in altri dalle milizie armate criminali. ( Pixabay)

Manca l’acqua, il cibo e lo spazio per dormire. Amnesty International rilancia il tema delle carceri libiche, dove i migranti – decine di migliaia, in totale – vengono ammassati in condizioni disumane. L’organizzazione, non avendo ottenuto il permesso di entrare in Libia, ha intervistato oltre un centinaio di persone, tra Sicilia e Tunisia, che hanno sperimentato di persona queste atrocità.

«Vengono sistematicamente picchiati e torturati», spiega Elisa de Pieri, ricercatrice di Amnesty per la regione Europa-Asia Centrale. Le torture avverrebbero per sollecitare dei riscatti da parte delle famiglie degli incarcerati, convinte a pagare proprio per via dei maltrattamenti ai danni dei loro congiunti, le cui urla vengono fatte loro ascoltare al telefono.

Le carceri e i centri di detenzione improvvisati sono gestiti in alcuni casi dalle autorità libiche e in altri dalle milizie armate criminali, ma le condizioni sono in generale molto cattive e spesso è anche difficile stabilire il confine tra autorità riconosciute e bande criminali, nel caotico Stato africano. A volte, spiega la de Pieri, le milizie controllano centri di detenzione governativi e godono di un riconoscimento da parte del governo centrale. Ma in ogni caso, la situazione è completamente fuori controllo.

Non stupisce che, secondo indiscrezioni, per tenere a bada gli sbarchi di migranti in Italia, il governo della Repubblica sarebbe sceso a patti non solo con le autorità governative, ma anche con delle milizie associate al governo libico. L’Italia nega e Amnesty, non avendo elementi precisi, non si sbilancia del tutto: «L’Italia – afferma la de Pieri – sta fornendo supporto tecnico, finanziario e informazioni alle autorità libiche, alla guardia costiera libica e a entità non statali […] Riteniamo che i rapporti che sono usciti sui giornali siano credibili, abbiamo cercato di confermarli sul terreno e abbiamo dei riscontri, che non sono però sufficienti».

In ogni caso, l’organizzazione per i diritti umani accusa i Paesi europei e l’Italia di complicità con chi si macchia delle violenze. Sembra esserci infatti un legame diretto tra gli accordi che l’Italia ha stretto (che siano solo con il governo o anche con le milizie), la riduzione degli sbarchi e le condizioni delle prigioni: «Non possiamo non notare che il governo nega, però al tempo stesso le partenze si sono ridotte notevolmente, dopo che c’è stata la notizia di questi presunti accordi».

I migranti che si ritrovano incarcerati in Libia, secondo l’attivista, sono principalmente persone provenienti da altre parti dell’Africa, in particolare subsahariana, dal Bangladesh e in minore parte dalla Siria.
Le milizie rapiscono queste persone a volontà, mentre le autorità statali possono incarcerarle perché la permanenza irregolare sul territorio libico è considerata un reato a tutti gli effetti. Gli accordi con l’Italia, ovviamente, possono aver avuto l’effetto di rendere prioritaria l’applicazione di questa legge che porta agli arresti, sia da parte di organismi statali, che da parte di gruppi di natura poco chiara come le milizie.

Cercando di arginare il problema delle condizioni disumane nelle carceri, di recente Italia e Libia hanno stretto un  nuovo accordo che prevede, tra le altre cose, lo smantellamento di varie prigioni, e l’aumento, invece, dei controlli alle frontiere a sud della Libia, in modo tale che i migranti, anziché venire arrestati e detenuti in Libia, vengano fermati prima ancora di entrare nel Paese.

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