Caramelle amare dalle prigioni cinesi

Una donna taiwanese ha scritto su Facebook del suo viaggio a Pechino, dove ha comprato «grandi gamberetti zuccherati» (Theodoranian/CC BY-SA 3.0)

Epoch Times pubblica il racconto in prima persona, e a tratti surreale, di un ex prigioniero di coscienza costretto ai lavori forzati per conto di una fabbrica di alimentari cinese.
Chao Yu è un laureato nella famosa Università di Tsinghua in Cina. Nel 1999, dopo che il regime comunista cinese aveva aperto una campagna di repressione contro la disciplina spirituale Falun Gong, ha aiutato i corrispondenti stranieri a creare canali di comunicazione protetti, a sfuggire alle autorità e a intervistare i praticanti del Falun Gong perseguitati.
A causa di queste sue attività, Chao Yu i suoi familiari e i suoi amici, sono stati condannati a lunghe pene detentive.

 

Una donna taiwanese ha scritto su Facebook del suo viaggio a Pechino, dove ha comprato «grandi gamberetti zuccherati», in cinese: da zia su (spiedino di caramelle croccanti); li ha chiamati «sapori di casa nostra». Ho dato un’occhiata a questi dolci e li ho trovati molto simili a quelli che incartavo quando ero detenuto in Cina (erano incartati nello stesso modo maldestro).
I responsabili del nostro carcere ricevevano forniture di dolciumi e costringevano i detenuti a confezionarli. Erano caramelle luride, le incartavamo direttamente nelle nostre celle e la quantità che dovevamo confezionarne ogni giorno era enorme.

Molti prigionieri, cercando di raggiungere la loro quota giornaliera, hanno perso le unghie perché, spingendo sulle caramelle per decine di migliaia di volte, queste finiscono per staccarsi dalle dita, diventano nere e cadono, il dolore è atroce. I prigionieri covavano naturalmente un grande rancore nell’animo: detestavano la polizia, la fabbrica di caramelle e persino quelli che le comprano, al punto che impregnavano i dolci di sporcizia e fluidi corporali. I ‘bonbon’ che noi abbiamo confezionato erano della marca Lao Bu Te, celebre nome di Pechino, molto apprezzato per i suoi prodotti biologici.

Non solo: i dolci spesso si vendono nelle confezioni di carta, anch’esse fabbricate nelle prigioni e utilizzando colle tossiche. Wang Weiyu, mio vecchio compagno di classe incarcerato ingiustamente per le sue idee pacifiste, è stato costretto a fabbricare questi stampi di carta per molti anni.

C’è una marca di dolci di luna molto famosa in Cina, non ricordo il nome (la confezione ha spesso l’immagine di due pesci): anche gli involucri di cartone di questa fabbrica sono fatti in prigione; mia moglie, Zhu Tong, ha fabbricato questi imballaggi mentre era in carcere: la carta rigida doveva essere modellata e, perché le forme restassero a posto, venivano impilate a dozzine e i prigionieri ci salivano sopra e saltavano. Facevano salti fino a tarda notte, finché non si raggiungeva il numero stabilito, altrimenti non era permesso andare a dormire.

Le cipolle tritate ed essiccate vengono vendute con degli spaghetti istantanei in sacchetti vegetali: sono prodotte all’origine con cipolle leggermente più grosse di un pollice che, per il loro stato, non sono commerciabili.
Mi sono laureato nella prestigiosa Università di Tsinghua, e almeno altri quattro ex-studenti sono stati detenuti nella mia stessa prigione; Meng Jun, mio vecchio compagno di classe, Li Chang di 70 anni, alcune decine di altri detenuti e io stesso siamo stati costretti a stare in piedi, al vento gelido, a togliere le bucce marce e puzzolenti delle cipolle. Quello che restava veniva lavorato e mangiato dai consumatori come ‘legumi’.

Per molti anni, le autorità cinesi non hanno pagato praticamente nessuno stipendio alle guardie carcerarie: che fosse comprare vestiti, pagare le spese per l’istruzione dei figli, comprare un po’ più di latte per i loro piccoli o in generale mantenere la famiglia, tutte queste necessità sono state pagate schiavizzando i prigionieri. In questi ultimi anni, i salari degli agenti di custodia sono aumentati, ma i soldi non bastano mai. Per questo non stupisce vedere che continuano a usare i prigionieri come schiavi.

Ho parlato con un detenuto incarcerato più volte. Mi ha raccontato che nella provincia di Xinjiang i prigionieri si spezzano le gambe con grosse pietre per sfuggire ai lavori forzati, ma devono far credere di essersi feriti durante il lavoro, perché simulare la malattia per evitare il lavoro è punito severamente. Una volta, un detenuto era in isolamento perché aveva contratto l’epatite e altri prigionieri gli avevano chiesto di poter aver la sua urina, per potersi infettare loro stessi bevendola. Il detenuto però non ha voluto che il suo migliore amico facesse da tramite per consegnare l’urina perché, se si fosse scoperto, sarebbero stati tutti puniti severamente: non si poteva far passare l’urina nel contenitore del pranzo (sicuramente la guardia avrebbe controllato) perciò usarono un asciugamano, impregnato del liquido altamente infettivo, per trasmettere la malattia.

È insomma evidente quanta crudeltà vi sia nello schiavismo, se per evitarlo, i prigionieri arrivano a spezzarsi da soli le gambe o bere urina infetta degli altri carcerati.
In questo mondo crudele e ingiusto si dovrebbe pensare semplicemente a condurre una vita tranquilla, mangiare bene e non avere preoccupazioni. Se ci liberiamo del partito comunista, noi e le generazioni future, non dovremo più temere di mangiare caramelle luride né di dover bere fluidi corporei infetti dei prigionieri.

Articolo in inglese:

Traduzione di Francesca Saba

 

 

http://www.theepochtimes.com/n3/2246378-candies-wrapped-in-the-bitterness-of-chinese-forced-labor/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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