Capitalismo comunista – III

Una coppia cammina su una strada di una zona industriale abbandonata a Houjie, Donggyuan (foto: Lam Yik Fei/Getty Images).

In Cina, nel momento in cui il sistema economico capitalista si è fuso con il comunismo si è creata un’unica struttura politica ed economica che non corrisponde né al socialismo né al capitalismo democratico. Nel terzo di una serie di quattro articoli, l’autore esamina il funzionamento del ‘capitalismo comunista’ in Cina. Parte II

La privatizzazione delle imprese statali cinesi è stata un processo di costruzione di un sistema economico capitalista. Differenti metodi di privatizzazione conducono a diverse forme di capitalismo. Alla fine del 1997, Zhu Rongji ha dato inizio a un sistema di riforma delle imprese di Stato. Questa politica era chiamata ‘Afferrare il grande e lasciare andare il piccolo’.

‘Afferrare il grande’ significava mantenere il controllo sulle imprese statali proprietarie di grandi asset e di interesse nazionale (finanziarie, energia, elettricità, telecomunicazioni, trasporti eccetera).
Dopo la ristrutturazione, è stato permesso a queste società di entrare nel mercato azionario, in modo che potessero vendere parte delle loro azioni ai cittadini cinesi e agli investitori stranieri. Ma lo Stato ha mantenuto il controllo del pacchetto azionario di maggioranza, continuando così a tenere in pugno queste società.

‘Lasciare andare il piccolo’ significava permettere la privatizzazione delle imprese statali di piccola dimensione o in grave perdita, così che il governo potesse liberarsene.
La privatizzazione delle piccole e medie imprese di Stato ruotava intorno a una questione: chi le avrebbe comprate e in che modo. All’epoca, il salario mensile medio di direttori e manager delle imprese statali era solo di alcune centinaia di yuan. Persino i funzionari comunisti e le loro famiglie non avevano significative risorse finanziarie.

La strategia escogitata dal Partito Comunista Cinese (Pcc) era di ordinare ai manager delle imprese statali di ottenere dei prestiti bancari, e di usare tali imprese come garanzia per ‘comprare’ proprietà statali. Questo avrebbe permesso ai manager di registrare nuovamente le imprese statali a loro nome (o a nome di un loro membro di famiglia). Successivamente, come titolari, avrebbero usato i fondi aziendali per ripagare il loro debito privato.

Un altro approccio è stato quello di costringere i dipendenti a comprare parte delle società, usando i loro risparmi di famiglia per acquisire parte quote ed evitare di perdere il lavoro.
Ai lavoratori però non era permesso diventare co-proprietari delle aziende: erano obbligati a fornire il proprio denaro di modo che i dirigenti statali potessero diventare proprietari. Questo mentre alle famiglie più facoltose era permesso acquistare azioni di grandi società quotate in borsa attraverso le loro conoscenze personali. Così, ricevevano azioni gratis e intascavano elevati profitti quando la Borsa saliva.

DUE FASI DI PRIVATIZZAZIONE

La privatizzazione cinese ha avuto inizio nella seconda metà del 1997 e fondamentalmente è terminata nel 2009. Nel 1996 la Cina aveva 110 mila imprese statali, mentre alla fine del 2008, ne erano rimaste 9.700, includendo le grandi società statali parzialmente privatizzate, con il governo detentore del pacchetto di maggioranza.
La privatizzazione era divisa in due fasi.

La prima, dal 1997 al 2001, ha riguardato la privatizzazione delle piccole e medie imprese. Molte delle quali acquistate dagli stessi direttori e manager.

Ho analizzato 130 casi in 29 provincie e raccolto una casistica dei più diversi stratagemmi e l’oscurità generale di tutto il processo.
Solitamente la loro strategia era di sminuire deliberatamente il patrimonio netto delle società. Successivamente i manager compravano l’attività usando fondi dell’impresa o prestiti da banche o privati, e registravano la società a proprio nome o a quello di un parente. Infine, con nuovo proprietario dell’impresa, ripagavano i creditori con i proventi dell’azienda. Fondamentalmente pagavano poco nulla per l’acquisto delle imprese.

La seconda fase, dal 2002 al 2009, è stata quella riguardante la parziale privatizzazione delle medie e grandi imprese statali. La strategia prevedeva di quotare in borsa tali imprese dopo la ristrutturazione, il trasferimento dei proprietari manageriali, la demutualizzazione dei lavoratori e delle joint venture sia con imprese straniere che con quelle private nazionali. Poiché queste società hanno grossi patrimoni, il management non poteva permettersi di acquistare la proprietà da solo. Generalmente usavano i fondi della società per comprare e distribuire azioni ai quadri aziendali, ma anche a funzionari e relative famiglie che accettavano la quotazione, formando un gruppo di interesse comune. Questi quadri e funzionari diventavano così i proprietari, direttori generali o membri del direttivo delle medie e grandi imprese quotate senza alcun costo per loro, diventando poi ricchi.

Secondo i dati di due indagini su campione nazionale, circa il 50-60 per cento delle società privatizzate o semi privatizzate della Cina erano di proprietà del team di management. Approssimativamente il 25 per cento dei compratori erano investitori dall’esterno delle imprese; meno del 2 per cento delle azioni erano di proprietà di investitori stranieri e meno del 10 per cento delle società erano di co-proprietà fra il management e i lavoratori. Il management non permetteva ai lavoratori azionisti di essere coinvolti nell’amministrazione e nel trasferimento dei beni.

Una ‘privatizzazione’ (si fa per dire) in cui, e per cui, i lavoratori pagano il management della propria impresa. Questa particolare riforma delle imprese statali cinesi può essere definita come un furto pubblico, con spartizione del bottino fra dirigenti aziendali, funzionari del governo locale e figli dei funzionari del regime.
Le autorità non possono legittimare e giustificare questa condotta predatoria, e una divulgazione della questione porterebbe a un’indignazione generale. Quindi non è permesso ai media di avviare alcuna discussione sulla privatizzazione, né tantomeno gli esperti cinesi possono ricevere il permesso di indagare sul processo di privatizzazione.

LA CADUTA DEI BENEFICI SOCIALI DEI LAVORATORI

Dal 1998 al 2003, quando la dirigenza rossa si appropriava delle piccole e medie imprese attraverso le privatizzazioni, le autorità hanno deliberatamente chiuso l’Ufficio amministrativo delle proprietà di Stato per sei anni, per massima comodità dell’élite comunista. E sebbene nel 2003 l’ufficio sia stato riattivato, raramente investiga sulle appropriazioni dei beni statali.

Fra il 1997 e il 2005, hanno avuto luogo in tutta la Cina dei conflitti dei lavoratori innescati dalla sottrazione dei beni pubblici connessi alla privatizzazione. Fondamentalmente, il governo era dalla parte del management perché anche i funzionari beneficiavano di tale processo.
Durante questa trasformazione, il welfare state basato sulle imprese statali è collassato, molte società hanno dato ai lavoratori pochi spiccioli e li hanno mandati via, mentre il Pcc usava la propaganda per affermare il principio che il licenziamento dei dipendenti era un sacrificio necessario per la riforma.
L’amministrazione, non volendo costruire un sistema di indennità di disoccupazione unificato per i lavoratori, ha scaricato il problema ai consigli di amministrazione: se gli amministratori delegati non volevano pagare, il governo non interveniva. Così il Pcc ha vergognosamente mancato alla responsabilità di fornire una qualche assistenza sociale ai disoccupati.

Al contrario, durante il processo di privatizzazione in Russia, il sistema del social welfare continuava a funzionare, e alcuni lavoratori disoccupati avevano accesso a una seppur minima fonte di sostentamento pubblico. Il governo russo non ha mai implementato delle politiche di licenziamento forzato e ha usato gli incentivi sulle tasse per incoraggiare le società a mantenere i lavoratori, che possedevano circa il 40 per cento delle imprese privatizzate.

A confronto della privatizzazione nei Paesi dell’Europa Centrale e nella Russia, quella della Cina è stata la più ingiusta e spietata; ovviamente, la ristrutturazione economica sotto un governo autarchico può non curarsi della giustizia sociale senza paura di una punizione elettorale.
Per le élite, questo modello è naturalmente il più auspicabile, ma quello che pensa la popolazione è probabilmente l’opposto.

Alcuni analisti occidentali sono dell’opinione che il regime dittatoriale comunista sia stato un bene per la ristrutturazione e lo sviluppo economico, poiché è stato in grado di vincere le resistenze popolari, e citano spesso la Cina come il loro miglior esempio. Ma il processo di privatizzazione in questo Paese ha dimostrato che un governo totalitario tende a ignorare la giustizia sociale, a privare le persone dei loro diritti e interessi, e lavorare a favore dell’élite al potere.

Il dottor Cheng Xiaonong è uno studioso di politiche e economia cinese che vive a New York. Si è laureato alla Renmin University, dove ha conseguito un Master universitario, e alla Princeton University, dove ha conseguito il dottorato in sociologia. In Cina, Cheng era ricercatore politico e assistente dell’ex leader del Pcc Zhao Ziyang (1980-87). Cheng è stato visiting scholar alle università di Gottingen e Princeton e ha contribuito come redattore capo al giornale Modern China Studies. I suoi commenti e articoli appaiono regolarmente nei media cinesi.

Per approfondire:

 

Articolo in inglese: Capitalism With Chinese Caracteristics: State Enterprise Reform Through Massive Theft

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