Caccia alle aziende nordcoreane ‘clandestine’

Soldati nordcoreani guardano verso sud, mentre un soldato americano (di fronte a loro) sta di guardia, con un soldato sudcoreane, nel villaggio di Panmunjom nella Zona Demilitarizzata tra il Nord e il Sud della Corea. 27 ottobre (JUNG YEON-JE/AFP/GETTY IMAGES)

È guerra di trincea tra la Corea del Nord e le banche internazionali: la dittatura di Kim Jong Un, utilizzando una rete globale di aziende di facciata, compra e vende aggirando le sanzioni. Le banche, dal canto loro, cercano di identificare queste aziende per tagliare i ponti.

LE SANZIONI

Di recente, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato due blocchi di sanzioni contro la Corea. E anche la Cina, il maggiore sostenitore della ‘sorella’ comunista, le ha accettate. A fine settembre, infatti, la Cina ha dato 120 giorni di preavviso alle aziende nordcoreane prima di farle chiudere, e la banca centrale cinese ha imposto alle altre banche di seguire le sanzioni dell’Onu, di negare i propri servizi ai clienti nordcoreani e di iniziare a rientrare dei prestiti concessi ai nordcoreani. E le banche di tutto il mondo stanno seguendo lo stesso schema.

AZIENDE DI FACCIATA

E ora, secondo una relazione (datata 13 ottobre) di Daniel Bethencourt per conto di Acams MoneyLaundering.com (una rivista di trading per i funzionari della compliance bancaria) le banche hanno «incrementato i loro sforzi per scovare le aziende di facciata legate al programma di armi nucleari della Corea del Nord». Ma la questione è molto complessa: la relazione rivela come queste aziende impieghino «una serie di strategie sempre in evoluzione, per evitare le sanzioni» e che la Corea del Nord, nonostante gli embargo internazionali, sia diventata sempre più efficiente in queste operazioni.

Per mantenere il proprio giro d’affari globale, il regime di Pyongyang utilizza una rete di intermediari, di banche conniventi e non solo: la relazione mostra come la dittatura comandata dal tiranno Kim Jong-un utilizzi delle società di facciata come «prestanome per effettuare rimesse di denaro», e farebbe anche uso di «singoli individui, per aprire conti bancari in serie intestati a familiari [prestanome, ndr]».

Secondo Keith Furst, fondatore della società di consulenza Data Derivates, nell’ambiente è noto che la Corea del Nord aggira le sanzioni mediante «complesse aziende di facciata». Il regime nordcoreano approfitta dei varchi nelle normative internazionali sulla costituzione di nuove società e per l’apertura dei conti bancari, rendendo difficile alle banche capire chi ci sia dietro queste compagnie di facciata. A volte si tratta di una rete in cui una compagnia ne possiede un’altra. Altre volte le transazioni vengono attuate mediante Paesi che fanno da intermediari e che non divulgano i dati. E ci sono anche espedienti più elaborati.

Furst fa notare che per le aziende «c’è una spinta globale a una proprietà più trasparente». Ma attualmente – specifica – anche in Paesi avanzati come gli Stati Uniti è difficile per le banche determinare chi ci sia dietro una qualunque azienda.

In passato, spiega l’esperto, le sanzioni sono state spesso applicate mediante una lista di nomi: se per esempio un contrabbandiere di droga è sulla lista, tutte le compagnie da quest’ultimo del tutto controllate vengono sanzionate in automatico. Questa norma è stata inasprita nel 2008: ora include anche le aziende di proprietà per almeno il 50 per cento.

A causa della complessità del determinare la proprietà di una società, tuttavia, restano ancora molti buchi: per esempio, spiega Furst, un soggetto potrebbe fare in modo di avere il controllo solo del 25 per cento di un’azienda, oppure potrebbe chiedere a un segretario di aprire un conto, o registrare questo prestanome come proprietario ufficiale dell’impresa.
Queste falle nel sistema rendono difficile per le banche il mettere in atto le sanzioni, nonostante questo sia in cima alle priorità di molte di esse.

Nonostante tutto, secondo una relazione di Acams MoneyLaundering.com, le banche al momento stanno cercando di ricostruire uno schema della complessa rete di aziende nordcoreane.
Jende Huang, membro del gruppo di intelligence per i crimini finanziari della Wells Fargo, durante una recente conferenza di Acams a Las Vegas, ha spiegato infatti che il gruppo stesso ha cominciato ad analizzare 12 aziende di facciata nordcoreane identificate da funzionari dell’Onu.
Huang stima che circa l’11 per cento di 1.500 aziende le cui transazioni sono state studiate da Wells Fargo dal 2013 al 2016, detenessero probabilmente dei fondi di origine nordcoreana. Secondo Huang, il metodo usato dalle compagnie di facciata non avrebbe potuto essere rilevato dai normali metodi di monitoraggio delle transazioni.

Inoltre, un compliance officer di un grande istituto finanziario europeo ha confidato ad Acams (in anonimato) che la sua banca aveva condotto le proprie indagini e scoperto che spesso le aziende di facciata nordcoreane hanno caratteristiche comuni: detengono spesso un conto bancario presso una banca cinese, non hanno alcuna visibilità pubblica e i loro indirizzi ufficiali si trovano in una o due provincie cinesi vicine al confine nordcoreano: «Questi intermediari tendono a comprare pezzi altamente specifici da produttori di armi in Paesi europei come la Repubblica Ceca e a volte comprano anche metalli grezzi e altri prodotti dall’Europa».

«Scovare le transazioni legate alla Corea del Nord – conclude la relazione – può risultare difficile, perché tendono a imitare i trasferimenti finanziari convenzionali e bonifici di più di 10 mila dollari, ma spesso restando sufficientemente piccole da non essere sospette».

 

Articolo in inglese: Banks Begin Hunt for North Korean Front Companies

Traduzione di Vincenzo Cassano

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