Brasile, Lula ai raggi X

(Photo by Victor Moriyama/Getty Images)

L’ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva, condannato in primo grado a 9 anni e 6 mesi per corruzione e riciclaggio di denaro, continua a dichiararsi innocente, e afferma che le decisioni della giustizia nel suo Paese sono di natura politica.

Il suo caso di corruzione più grave, che l’ha portato alla condanna in carcere e che ha scioccato i suoi sostenitori politici, è passato il 23 agosto alla Corte d’Appello. Oltre a questo tuttavia, Lula è accusato in altri due casi di corruzione: un processo è ancora in corso e vede coinvolta l’impresa di costruzioni Odebrecht; l’altro, per il quale doveva rispondere di tentativo di ostacolare le indagini è stato sospeso il 2 settembre, dopo che il pubblico ministero federale brasiliano ha chiesto l’assoluzione per l’ex presidente.

L’indagine che ha portato alla condanna di Lula, pesa da anni sulle spalle dell’ex operaio metalmeccanico ed ex sindacalista fondatore del Partito dei Lavoratori (Pt), un gruppo della sinistra socialista che riunisce militanti marxisti e comunisti, e attraverso il quale Lula era riuscito a salire alla presidenza della repubblica dal 2003 al 2010.

Quella del 12 luglio nei confronti di Lula rappresenta la prima condanna per un ex presidente del Brasile. Il giudice Sergio Moro ha considerato Lula colpevole di aver accettato almeno 2,4 milioni di reais brasiliani in tangenti da parte della Società di Costruzioni Oas, il cui responsabile già si trova in carcere.

Il tutto è avvenuto nel contesto della ‘Operazione Autolavaggio’ o Lava Jato, che ha cercato di risolvere uno dei più grandi casi di riciclaggio di denaro e di corruzione nella storia del Brasile. A seguito del giro di vite da parte della polizia brasiliana, che ha avuto inizio nel 2014, sono finiti dietro le sbarre numerosi politici di alto rango, uomini d’affari e dirigenti, tra cui alcuni della compagnia petrolifera Petrobras, che si erano arricchiti dall’assegnazione di contratti milionari, pagati con denaro statale.

In riferimento a una sentenza che potrebbe far luce a sua volta su altri casi di riciclaggio di denaro, sia a livello nazionale che internazionale, il giudice Moro afferma che Lula si è fatto inviare tangenti in maniera indiretta – riciclati nella ristrutturazione di un lussuoso appartamento di Guaruja, a Sao Paolo – in cambio di tre contratti tra Petrobras e la Società di Costruzioni Oas.

Secondo i resoconti della polizia, questi milioni illeciti, di cui la suddetta cifra è solo una minima parte del totale, provenivano da grandi imprese edili e venivano regolarmente destinati al partito di Lula o alle sue imprese.

Nel secondo caso di corruzione, per il quale Lula è chiamato a rispondere in tribunale il 13 settembre, è coinvolta invece la Società di costruzioni Odebrecht; inoltre l’ex presidente avrebbe ottenuto del denaro dalla ristrutturazione di un altro immobile ad Atibaia.

«Il problema – dichiara Lula a sua difesa tramite Twitter – è che abbiamo a che fare con la politica giudiziaria e con la giustizia politicizzata». Dal suo sito web afferma invece che «il giudice deve rispettare la legge alla lettera e questo è un qualcosa per il quale combatterò per il resto della mia vita. […] È divertente perché nella sentenza il giudice presenta molto più argomenti per assolvermi che motivi per condannarmi, e riconosce ancora che l’appartamento non è mio».

Il giudice Sergio Moro in un’intervista del 2015 (wikimedia)

Tuttavia, in risposta a Lula, secondo quanto riporta Oglobo, il giudice Moro afferma che «nei casi di riciclaggio, quel che conta è la realtà dei fatti secondo le prove e non la semplice apparenza».

Il giudice, secondo quanto riporta Epoch Times in lingua portoghese, ha riferito anche che l’aver ricevuto tangenti da parte di Lula è provato, oltre che dall’assegnazione di una proprietà di lusso (registrata sotto altro nome) – e dalla realizzazione di milioni dalla stessa – dal fatto che tutto questo fa parte di una rete a sua volta collegata a un assiduo giro di ‘mazzette’, a detta di Lula delle donazioni.

L’indagine giudiziaria afferma che l’impresa appaltatrice Oas destinava periodicamente denaro al Partito dei lavoratori, guidato dall’ex presidente, e che in uno dei periodi presi in esame è stata registrata una notevole riduzione del flusso di denaro. La somma che mancava coincideva con quella del denaro per l’immobile; questo evidenzia ulteriormente le accuse di corruzione e riciclaggio di denaro per cui Lula è stato condannato. Ma, secondo la difesa dell’ex presidente, in accordo con quanto riporta lula. com.br, Lula si sarebbe recato solo una volta nella proprietà, per capire se poteva interessargli comprarla o meno, e in sostanza non vi sarebbero prove valide della sua colpevolezza.

Il giudice Moro riferisce che a seguito della sentenza, ha bloccato dal conto bancario di Lula la somma di 9 milioni e 605 mila reais, così come il resto proveniente dalla sicurezza sociale e dalle sue imprese private.

Per illustrare l’entità delle cifre prese in esame, il quotidiano Jornaldopais, riferisce che il Consiglio per il Controllo delle Attività Finanziarie ha inviato alla polizia federale alcuni dati da uno dei conti bancari di Lils, un società che Lula utilizza per le sue conferenze. Solo nel periodo in cui ha lasciato la presidenza, Lils ha trasferito in uno dei conti 12,9 milioni di reais, ha aperto un piano di previdenza privata di 5 milioni, ha raccolto 3 milioni di tasse ed effettuato altri trasferimenti per 4,3 milioni di reais. Lula ha partecipazioni in altre società private, tra cui l’Istituto Lula, con altri conti milionari in cui sono fluiti i capitali provenienti dalle imprese edili. E tutto questo è parte delle indagini.

Lula potrebbe essere arrestato nel caso venisse condannato in secondo grado, perdendo così i diritti politici e il diritto alla partecipazione all’attuale campagna presidenziale con cui aspira a tornare al potere nel 2018.

Il Pm Deltan Dallagnol ha dichiarato in conferenza stampa che Lula era al vertice della struttura delle tangenti ed è responsabile della distrazione di milioni di dollari dalla compagnia petrolifera statale Petrobras.

GIUSTIZIA E RIVOLUZIONE

Tra le sue tante affermazioni sul suo profilo Twitter @LulapeloBrasil, utilizzato per la sua campagna elettorale presidenziale del 2018, l’ex presidente ha scritto che il governo del Brasile «non ha autorità senza credibilità. La giustizia non compie più la sua funzione di garantire la costituzione […] Il giorno in cui smetterò di credere nella giustizia farò la rivoluzione». Viste le sue numerose affermazioni su Twitter, è plausibile concludere che Lula, mentre prova a mantenere la sua popolarità giù diminuita nelle elezioni amministrative precedenti, stia cercando di spingere i suoi sostenitori a non credere alla giustizia brasiliana nel caso in cui lo condannino.

Quando il giudice Sergio Moro il primo agosto scorso ha ricevuto una nuova denuncia (risalente al 22 maggio) contro Lula, il leader del Partito del lavoratori ha dichiarato sul suo account Twitter: «è un attacco allo Stato di diritto». E ancora: «Nessun giudice ha il diritto di dire bugie sul mio conto e dire che ho rubato – scrive ancora Lula nel suo il 12 agosto – Se tornerò alla presidenza della repubblica, darò una regolata ai giornali del Paese […] dovranno lavorare duro per non farmi tornare».

Esiste anche l’opinione secondo cui i leader rivoluzionari dell’America Latina abbiano approfittato delle loro condanne in chiave populista e arrivare così a influenzare maggiormente le masse. In questo modo, in caso di condanna definitiva, è probabile che Lula davanti ai suoi sostenitori cerchi di descriversi come una vittima della (in)giustizia, per mantenere potere e popolarità. Quella che si va delineando nel complesso è obiettivamente un’immagine distante da quella del ‘povero sindacalista’ del recente passato.

Lula e Dilma (Wikimedia)

Dopo il suo mandato (2003-2010) Lula ha fornito il suo sostegno incondizionato alla presidenza di Dilma Rousseff (2011-2016), destituita a sua volta per riciclaggio. La Rousseff, militante nel partito di Lula, era stata condannata a tre anni di prigione tra il 1970 e il 1972, per essersi unita ai guerriglieri marxisti durante la rivolta contro la dittatura militare conclusasi nel 1985; in quell’occasione usò la condanna per raggiungere maggiore consenso tra le masse. Lo stesso è accaduto con Hugo Chávez in Venezuela e altri leader in diverse circostanze, come Fidel Castro a Cuba e Michelle Bachelet in Cile.

Lula e Fidel Castro (wikimedia)

Il Brasile è un Paese democratico in una crisi di leadership dovuta alla dilagante corruzione che coinvolge la maggioranza dei partiti politici e dei loro leader. La partecipazione del partito di Lula al governo, che ha poi perso popolarità tra le fila del Parlamento e del Senato, ha messo in risalto la politica di accordi condotta dal leader di sinistra.

«In 12 anni abbiamo generato 22 milioni di posti di lavoro […]. Abbiamo costruito 18 università», ha scritto Lula su Twitter il 12 agosto. La risposta dei suoi avversari non ha tardato ad arrivare. L’opposizione lo accusa di aver intascato una mazzetta per ogni edificio costruito.

Traduzione di Alessandro Starnoni

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