Battisti rinnega la lotta armata, ma gli ergastoli rimangono

MIGUEL SCHINCARIOL/AFP/Getty Images)

Cesare Battisti fa mea culpa, o quasi, mentre aspetta la sentenza dei giudici del Tribunale Supremo Federale brasiliano, che martedì hanno rinviato alla prossima settimana la decisione sulla sua estradizione in Italia. I giudici dell’Alta Corte hanno infatti accettato la richiesta da parte della difesa di presa in esame dell’habeas corpus – l’insieme di norme che tutelano la libertà personale – il cui esito deciderà il futuro dell’ex militante dei Proletari Armati per il comunismo.

In un’intervista esclusiva al Gr1 Rai, l’ex terrorista rosso ha espresso il suo pentimento nei confronti della sua partecipazione alla lotta armata, ma ha continuato a negare le accuse dei quattro omicidi, per i quali è stato condannato in contumacia a due ergastoli dai tribunali italiani: «Fortunatamente sono uscito prima che cominciassero gli omicidi nel mio gruppo», dice l’ex membro Pac.

Nell’intervista però, messo alle corde dal giornalista inviato Giorgio Specchia, Battisti è stato in grado di fornire solo un mezzo alibi per un solo omicidio – quello già riconosciuto come ‘in concorso’ dalla sentenza – del gioielliere Pierluigi Torreggiani: «Ho lettere di Alberto Torreggiani dove dice testualmente che non ha nessun dubbio sul fatto che io non ho nulla a che vedere con la morte del padre».
Ma il suo non coinvolgimento materiale in questo omicidio è stato già riconosciuto dalla sentenza, così come nel caso dell’omicidio del macellaio Sabbadin, avvenuto lo stesso giorno di quello di Torreggiani, il 16 febbraio 1979.
Battisti è accusato anche di altri due omicidi commessi materialmente, quello del maresciallo della Polizia penitenziaria Antonio Santoro, del 6 giugno 1978, e dell’agente Digos Andrea Campagna, commesso il 19 aprile 1979.

«Si stanno inventando un personaggio che non esiste, non c’è stata tutta questa violenza che loro dicono», continua Battisti, cercando di gettare acqua sul fuoco, negando l’evidenza, le accuse e le prove.

Allo stesso tempo però, accettando implicitamente i fatti, l’ex militante Pac, si dice pentito della sua partecipazione alla lotta armata: «Come si può essere soddisfatti o fieri di tanta violenza, tanti omicidi, tanto sangue. Ho 62 anni, ho figli, ho nipoti, è chiaro che ho compassione per le vittime».

«Faccio autocritica sull’uso della lotta armata, perché è stato un suicidio perché è stata una cosa che non poteva dare risultati buoni per nessuno. Anche indirettamente, ho partecipato a delle idee che erano una follia, un delirio, una via senza uscita», ha rincarato Battisti dal suo paesino in Brasile, in un italiano tentennante, oramai quasi dimenticato.

In merito all’arresto del 5 ottobre al confine con la Bolivia, quando era stato sospettato di tentata fuga dal Brasile, sostiene che si era trattato di una trappola: «Qualcuno ha voluto portarmi alla frontiera con la Bolivia». In quell’occasione gli era stato contestato anche il reato di ‘esportazione di valuta’, ed era stato scarcerato subito dopo su ordine di un giudice brasiliano.

In attesa della sua sentenza, comunque, Battisti può godere della libertà vigilata, concessa dai giudici del Tribunale regionale federale; sarà infatti sorvegliato con un braccialetto elettronico.
«Io qui in Brasile sono accettato da tutti, tutti mi vogliono bene […] Nel plenario [dell’Alta Corte, ndr] ci sono diverse voci, molte delle quali sono a mio favore», ha concluso Battisti, che solo il giorno prima aveva raccontato alla stampa brasiliana di temere per la sua vita nel caso dovesse essere estradato in Italia.

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