Atrocità nelle carceri libiche. L’Onu: colpa dell’Italia

(MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

Stupri, esseri umani messi all’asta e persone ammassate in celle senza bagni e piene di escrementi. Fanno orrore le condizioni dei centri di detenzione libici raccontate dalle recenti denunce dell’Onu e della Cnn. E il dito d’accusa è puntato contro l’Italia e l’Europa.

L’operato del governo italiano – che ha stretto accordi con le autorità della Libia e forse con le sue milizie – ha determinato una netta diminuzione degli sbarchi, dando sollievo a tutta Europa. Il piano del ministro dell’Interno Minniti infatti è stato elogiato dalle autorità di Bruxelles, e le proteste o i commenti relativi agli ovvi effetti collaterali – i migranti che non partono per mare rimangono in Libia, e ora è noto in quali condizioni – sono stati relativamente modesti.

È chiaro che la Libia non è nel caos per colpa dell’Italia, ma se le sue carceri ora sono affollate, con tutto quello che ne consegue, la responsabilità è in parte delle autorità italiane. Secondo Emma Bonino infatti, intervistata da La Stampa, «per ammissione di Tripoli, le persone detenute in Libia sono passate da settemila, tante erano a settembre, alle quasi ventimila attuali».

È pur vero che le autorità italiane ripetono da mesi che si stanno impegnando, per migliorare le condizioni di vita di queste persone, cercando di aumentare la presenza delle Ong sul territorio libico e collaborando con le autorità. È infatti grazie al Governo italiano – rivendica Minniti – che le informazioni su questi campi e sulle atrocità che vi si compiono possono essere rivelate, dal momento che prima non era possibile esaminarne le condizioni. Ha dichiarato infatti Minniti, rispondendo a un’interrogazione di Mdp: «Se oggi l’Unhcr ha potuto visitare 28 dei 29 centri di accoglienza presenti in Libia, individuando oltre mille soggetti in condizioni di fragilità, a cui potrà essere riconosciuta la protezione internazionale e la ricollocazione in Paesi terzi, lo si deve all’impegno del nostro Paese e dell’Europa».

Allo stesso tempo, secondo il giornale Strade, il governo aveva manifestato l’intenzione di trasferire sul territorio libico i vari controlli necessari per la concessione dello status di rifugiato ai profughi libici, anche se al momento questa idea sembra rimasta solo sulla carta. Il paradosso, però, fa notare il quotidiano, è che alcuni migranti potrebbero essere considerati perseguitati e vittime di violazione dei diritti umani – quindi ammessi in Italia in quanto tali – proprio perché sono stati imprigionati in seguito all’accordo tra tra i due Paesi.
In altre parole: l’Italia non vuole subire l’invasione di migranti, quindi le milizie libiche incarcerano le persone; ma i prigionieri diventano vittime di violazione dei diritti umani, di conseguenza il nostro Paese deve concedere loro asilo.
In che modo queste dinamiche potranno risolversi è ancora da vedere: è  evidente però come il miglioramento delle condizioni di vita di queste persone sia moralmente giusto, ma anche utilitaristicamente corretto.

Intanto, il ministro degli Esteri Angelino Alfano fa notare quanto sia necessaria «l’attenzione ai confini libici»; in una citazione riportata dall’Ansa, afferma: «Dopo la sconfitta dell’Isis in Iraq e in Siria, i combattenti stranieri possono tornare in Libia». E da lì in Italia.

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