L’amore libero al tempo dell’Unione Sovietica

Famiglie russe affamate, logore e a piedi scalzi nell’area del Volga ad ottobre 1921 durante la carestia russa del 1921-1922. (Topical Press Agency/Getty Images)

Nell’immaginario collettivo il termine ‘amore libero viene associato a Woodstock e non all’Unione Sovietica di inizio XX secolo, eppure è stato proprio il giovane regime comunista a intraprendere il più ambizioso tentativo di dare libero sfogo alla sessualità umana.

Appena i comunisti salirono al potere in Russia, nel 1917, vararono leggi basate sulla dottrina di Karl Marx. L’utopia materialista poteva essere realizzata «solo sovvertendo con la forza tutti gli schemi sociali» come sostiene Marx nel Manifesto Comunista.
Il che significa non solo confiscare i “mezzi di produzione” come fabbriche e terreni ma anche disintegrare l’istituzione della famiglia, perché i comunisti vedevano l’impegno nei confronti della propria famiglia come un ostacolo per la realizzazione della loro utopia: le persone avrebbero dovuto vivere in libere unioni, accoppiandosi a piacimento.

Le masse russe, in particolare nelle città, sostennero la propaganda del partito secondo la quale le restrizioni morali del desiderio sessuale, radicate nell’etica familiare, non portavano alcun beneficio ed erano dannose: i comunisti convinsero le donne che cucinare per le proprie famiglie e accudire i propri bambini le rendeva schiave mentre dicevano che lavorando nelle industrie statali le donne sarebbero divenute più libere e indipendenti.

Che fine avrebbero fatto i bambini? Dovevano essere separati dalle proprie madri appena possibile e riuniti negli asili e nelle scuole per essere addestrati dallo stato e diventare i nuovi ingranaggi ‘liberi’ della macchina socialista.

In accordo con la legge e la tradizione russa, la moglie era materialmente dipendente dal proprio marito, mentre il marito aveva il dovere di prendersi cura di lei e provvedere all’intera famiglia. All’epoca i russi godevano di un certo grado di libertà religiosa, e le regole dei matrimoni erano stabilite dalle singole religioni. Si poteva ricorrere al divorzio solo in caso di infedeltà (con almeno due testimoni), abbandono o impotenza.

I comunisti rifiutarono in blocco leggi e tradizioni, proprio secondo i dettami di Marx, e nel 1918 emanarono un nuovo ‘statuto familiare’. Lo statuto era «la legislazione più progressista che il mondo avesse mai avuto» scrive Wendy Goldman, professoressa di Storia presso l’università Carnegie Mellon e esperta di storia russa, nel suo libro Donne, Stato e rivoluzione.

I matrimoni religiosi furono aboliti e rimpiazzati dagli uffici dello stato civile, dove si poteva registrare con semplicità il proprio matrimonio e con la stessa semplicità ciascuno dei due partner poteva richiedere il divorzio.
«Il divorzio è diventato una pratica talmente semplice che non richiede ne tempo ne denaro. Grazie alla legislazione attuale è possibile completare la procedura di scioglimento del matrimonio in 15 minuti» scriveva lo scritture russo P. Zagarin nel 1927.

L’idea era di ‘liberare’ le donne dal matrimonio, mentre il regime concedeva agli uomini la situazione perfetta per abbandonare le proprie famiglie. Molti uomini si accorsero improvvisamente di non avere niente in comune con le proprie mogli, per poi scoprire, poco dopo il divorzio, grandi affinità con donne più giovani e ‘aperte’.

Alla fine del 1918 quasi 7 mila coppie avevano divorziato nella sola Mosca mentre meno di 6 mila si erano sposate. Nel 1927 a Mosca ci furono 9.3 divorzi ogni mille persone, una percentuale tre volte superiore a quella di New York City nel 2014

A livello nazionale, nella prima metà del 1927, una coppia sovietica su quattro aveva divorziato, circa il 50 percento in piu rispetto agli Stati Uniti, oltre 3.5 volte la percentuale tedesca e 48 volte di più rispetto a Inghiliterra e Galles.

Incoraggiati dagli insegnamenti comunisti di una sessualità priva di restrizioni, sempre più persone smisero del tutto di registrare i matrimoni.

«Le grandi masse non considerano la registrazione del matrimonio come il fondamento della relazione matrimoniale e le unioni de facto stanno diventando sempre più comuni» scriveva A. Stel’makhovich, presidente della corte provinciale di Mosca, nel 1926.

Se ottenere il pagamento degli alimenti può essere difficile nel XXI secolo, lo era ancora di piu nella Russia degli anni 20: i tribunali divennero sovraccariche di casi legati al mantenimento dei figli, e gli uomini trovarono molti modi per non pagare, come ad esempio cambiare lavoro o traslocare.

Un censimento sovietico del 1926 mostra che delle 530 mila donne divorziate solo 12.000 ricevevano una qualche forma di sostegno economico da parte dell’ex-marito.

Inoltre dopo un decennio di guerra civile e di Terrore Rosso, gli uomini scarseggiavano, il che rendeva ancora più facile risposarsi.

Nel frattempo l’impegno del governo di prendersi cura dei bambini non raggiunse i livelli auspicati. Nel 1926-27 il sistema prescolastico accoglieva circa 150.000 bambini su un totale di 10 milioni.

In quegli anni Vera Lebedva, capo del dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia osservava: «La debolezza dei vincoli coniugali e il divorzio hanno creato masse di donne single che devono farsi carico da sole dei propri figli. Immaginate di essere una donna, senza il sostegno di vostro marito, con un bambino tra le braccia, licenziata a causa della riduzione del personale e sbattuta fuori dal dormitorio… senza alcuna possibilità di provvedere a se stessa».


Donne che cercano di vendere i propri vestiti e soprammobili in un mercatino in strada nell’ottobre 1921, durante la carestia Russa del 1921-1922 (foto: Topical Press Agency/Getty Images).

Spesso le donne divorziate finivano in mezzo alla strada: «Il contrasto tra l’ideale socialista di “unione libera” e le condizioni reali del tempo è rappresentato vividamente dal triste spettacolo delle donne che vendono se stesse in strada» sostiene Goldman. «Questo ridicolizza l’idea che le donne potessero essere individui liberi e indipendenti, in grado di scegliere da sole il proprio partner».

Il concetto di unioni libere è fallito ancora più miseramente nelle campagne: divorziare significava dividere i già piccoli terreni coltivabili tra i due coniugi, che in seguito potevano risposarsi e ridivorziare ancora ed ancora, facendo si che ognuno diventasse proprietario di tanti piccoli terreni sparpagliati, estremamente difficili da gestire. D’altra parte se la legge avesse imposto che il terreno doveva rimanere unito la donna sarebbe stata lasciata senza nulla dopo il divorzio

Alcuni potrebbero pensare che il fallimento dell’amore libero sia dovuto alla mancanza di contraccettivi, tuttavia il tasso di natalità era basso in quel periodo, senza considerare l’enorme numero di vittime causate dalle guerre e dal Terrore Rosso. Il collasso demografico era alle porte per cui la Russia avrebbe in realtà avuto bisogno di più nascite, non meno.

Alcuni potrebbero affermare che i sovietici avevano semplicemente bisogno di un sistema prescolastico migliore e di più asili nido, ma questo avrebbe alleggerito solo in parte il fardello di una madre single da devastante a molto pesante, come molte mamme single possono confermare al giorno d’oggi.

Alcuni potrebbero dire che le donne avevano solo bisogno di più lavoro, ma anche se la loro miseria fosse diminuita ciò non avrebbe risolto il problema fondamentale: «Anche per una donna che lavora il divorzio significa un sostanziale abbassamento della qualità della vita» continua la professoressa Goldman. Per impedire una catastrofe sociale nel 1936 l’Unione Sovietica abbandono l’ideologia delle unioni libere e torno a una politica pro-familiare, rendendo illegale l’aborto, stabilendo spese onerose per il divorzio, imponendo multe salate a coloro che abbandonavano la famiglia, e incoraggiando le donne ad avere più figli. «L’idea che lo stato avrebbe sostituito la famiglia fu abbandonata» conclude Goldman.

Articolo originale: http://www.theepochtimes.com/n3/2242535-the-failed-communist-experiment-with-free-love/

Traduzione di Marco D’Ippolito

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di Epoch Times.



Top