Amazon rilancia: braccialetto per controllare i dipendenti

(Foto: GERARD JULIEN/AFP/Getty Images)

Dopo l’incontro tra Amazon e governo tenutosi a Roma la mattina del 2 febbraio, la multinazionale dell’e-commerce si è decisa ad accettare di incontrarsi con i sindacati e il prefetto.

In Italia – spiega Pino de Rosa, responsabile Ugl di Piacenza – l’unico stabilimento Amazon in cui sono presenti i sindacati è quello di Castel San Giovanni a Piacenza. Lo stesso i cui dipendenti hanno scioperato durante il Black Friday, attirando l’attenzione del pubblico sulle condizioni lavorative nel colosso di Jeff Bezos.

Il motivo per l’assenza dei sindacati negli altri stabilimenti è che Amazon ne scoraggia la presenza: anche a Piacenza, infatti, le organizzazioni sindacali sono presenti da soli 2 anni, mentre lo stabilimento esiste dal 2011.

I dipendenti di Amazon sono soggetti a uno «sfinimento fisico e psicologico» e normalmente «non durano» più di 3 o al massimo 5 anni, spiega de Rosa. Alcuni – continua il sindacalista – si licenziano per lo sfinimento nonostante non abbiano un’alternativa di lavoro disponibile.

BRACCIALETTO ELETTRONICO

Nel frattempo fa discutere il nuovo brevetto del colosso delle consegne a domicilio: un braccialetto elettronico che segnali la posizione del lavoratore e permetta di seguire con precisione anche i suoi movimenti, avvertendolo persino con delle vibrazioni, in caso di movimenti considerati scorretti.

De Rosa commenta il progetto – che comunque al momento è solo su carta – parlando di «disumanizzazione del lavoratore». Ma questo braccialetto, in realtà, non si discosta troppo da quella che è già la situazione attuale: in Amazon, spiega il sindacalista Ugl, «ognuno ha in mano una specie di terminalino», che, nel momento in cui il lavoratore sta maneggiando un prodotto, permette di conoscere quale sia il prodotto successivo, dove si trovi, e quanto tempo sia necessario per raggiungerlo. Se però il lavoratore impiega un tempo maggiore rispetto a quello previsto, gli vengono chiesti «chiarimenti» su come sia accaduto.

«Se vai in bagno ti devi sloggare [disconnettere dall’apparecchio, ndr]», precisa de Rosa. E questo consente ai superiori di sapere quante volte un lavoratore vada in bagno. È infatti capitato, racconta il sindacalista, che a un lavoratore siano state chieste spiegazioni sul perché avesse usufruito dei servizi igienici per ben due volte in una giornata.

JOBS ACT

Il candidato premier del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, sul braccialetto ha dichiarato che se questo strumento venisse utilizzato in Italia sarebbe colpa del Jobs Act. Il ministro del Lavoro Poletti ha risposto negando con decisione, e affermando che il Jobs Act non ha «’liberalizzato’ i controlli, ma ha fatto chiarezza circa il concetto di ‘strumenti di controllo a distanza’ e i limiti di utilizzabilità dei dati raccolti attraverso questi dispositivi, in linea con le indicazioni che il Garante della Privacy ha fornito negli ultimi anni». Inoltre, «la disposizione ha previsto che, in ogni caso, questi strumenti possano essere adottati esclusivamente previo accordo sindacale o autorizzazione dell’Ispettorato territoriale del Lavoro o del Ministero».

De Rosa la pensa come Di Maio, e sostiene che il Jobs Act abbia facilitato l’applicazione di simili metodi per il controllo a distanza, riducendo le tutele per la privacy. Se prima – sostiene – per utilizzare tali sistemi di controllo era tassativo l’accordo con i sindacati, che avrebbero potuto limitare la pervasività del controllo o introdurre dei limiti, adesso, con il Jobs Act, l’accordo con i sindacati non è necessario. È sufficiente che l’azienda riesca a dimostrare che il metodo di controllo sia «funzionale al lavoro». O, per esempio, utile a ‘garantire la sicurezza’ dei lavoratori.

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