A ritmo di pedale

Campo alle porte di Lucca (Stefano Grosso)

Intervista a Stefano Grosso, un ‘ragazzo normale’ che ha attraversato l’Italia in bicicletta, (ri)scoprendo se stesso e il nostro Paese attraverso un’esperienza tanto semplice quanto unica.

Stefano raccontaci chi sei e da dove nasce la tua passione per i viaggi e per la bicicletta? Com’è nata la tua avventura? Perché non hai potuto farla prima?

Sono un ragazzo qualunque di 27 anni nato e cresciuto nel Monregalese, dove studio prima di trasferirmi a Genova per l’università. Qui nasce il progetto che ho appena concluso, studiato già nei minimi dettagli nel lontano 2013, insieme al mio coinquilino Andrea (nonché amico di lunga data).
Tra il progetto e i fatti però c’è di mezzo l’università e il lavoro. Lavoro che mi porta, da un lato, a interrompere gli studi ma, dall’altro, a continuare a viaggiare in giro per il mondo. In pochi anni visito e lavoro davvero in ogni parte del mondo. In ogni angolo d’Europa, oltre che svariate volte in Russia, in Georgia, in Azerbaijan, un mese in Canada e in Brasile e una ventina di giorni in Giappone.
La mia passione per i viaggi, però, ha radici molto più profonde. Sin da piccolo ho viaggiato molto con i miei genitori che ogni estate mi portavano in giro con il nostro camper sgangherato. Oltre a innumerevoli viaggi in Europa, sono centinaia le uscite per brevi trekking sulle nostre alpi, o toccate e fughe in paesini lungo le sterminate coste italiane.
Passano gli anni e tra un viaggio di lavoro e un altro inizio a lavorare in un bike park sulle nostre montagne: il Monte Moro Bike Park di Frabosa Soprana. Qui riscopro il piacere e l’adrenalina che si prova ad andare in bici. Alterno enormi sfacchinate a piedi su e giù per i ripidi pendii della montagna, a paesaggi mozzafiato e discese adrenaliniche. Ma ricomincio anche ad apprezzare la fatica di una salita in bici, ripagata in pieno dalla discesa che ne segue immediatamente dopo. Ovviamente, inizio ad armeggiare sempre di più con la bicicletta, le manutenzioni e la sostituzione delle camere d’aria.
Dopo 4 anni di questa vita, un po’ traballante, ricevo una proposta di lavoro per una grossa emittente televisiva milanese. Una di quelle offerte che ti capitano una volta nella vita, e che non si possono rifiutare. Mi ritrovo così a vagabondare per i grattacieli milanesi, in un contesto urbano al quale non sono per nulla abituato.
Ma dopo diversi mesi di lavoro serrato, a gennaio del 2017, realizzo che ho avuto l’opportunità di riprendere in mano un vecchio progetto che ho soltanto accantonato. E così rimetto in moto un sogno.

Tra Gambassi Terme e San Giminiano. In basso a destra si può notare il segnavia della Via Francigena (Stefano Grosso)

Come ti sei preparato e per quanto tempo?
Una volta studiato i tempi necessari alla realizzazione del progetto, incomincio ad allenarmi specificatamente in palestra. Un po’ di cyclette ed esercizi mirati per le gambe mi daranno poi i risultati che speravo. Le uscite in bici sono rarissime: non avendo una bici a Milano, sono limitate alle sporadiche visite che facevo ai miei genitori quando torno a casa.
Più o meno da gennaio agli inizi di luglio riapro un vecchio ‘fascicolo’ della mia vita: la bici l’avevo già scelta l’anno precedente, dopo 6 mesi di accurate analisi (nonché di sclero del mio ciclista di fiducia). Ordino tutto l’equipaggiamento che mi manca, scelto con cura seguendo sia le recensioni su siti specializzati che le esperienze personali di chi aveva già affrontato viaggi di questo tipo. Non ho mai incontrato personalmente molte delle persone con cui parlo online, ma grazie a loro, riesco a mettere insieme tutta una lista di attrezzature assolutamente indispensabili per il viaggio. Oggi mi trovo circondato da esperti ed appassionati di questo piccolo settore di nicchia che è il cicloturismo.

Pietrasanta, primo timbro della Via Francigena (Stefano Grosso)

 

Il giorno della partenza come ti sei sentito? Quali le tue emozioni?
Partirei dalla sera prima della partenza. Prima di un viaggio (lungo o breve che sia) mi ritrovo a casa di uno dei miei migliori amici, Manuel. Una serata tranquilla, dove si parla un po’ di tutto, facendo pochi accenni a quello che succederà di lì a breve. E’ una sorta di tradizione oramai.
Poi, il mattino successivo, la sveglia è prestissimo. Alle 5:15 sono già in piedi, con mio padre che scende a darmi una mano a legare le ultime attrezzature alla bici e mia mamma che ci osserva in silenzio dal balcone. Oramai sono abituato a questo tipo di saluti, è già successo tante volte. Ancora non so esattamente cosa prova un genitore nel vedere partire il proprio figlio. Ma un po’ lo intuisco dalle lacrime nascoste di mia madre. Non è semplice nemmeno per me, ma la malinconia nel salutare i propri genitori, viene sopraffatta dopo pochi chilometri dalla gioia, la frenesia e un po’ di sana paura per quello che mi aspetta.

Valico di Chiunzi, tra Napoli ed Amalfi (Stefano Grosso)

 

Praia a Mare al tramonto (Stefano Grosso)

 

Raccontaci in breve il viaggio? Quali le emozioni? Quali difficoltà? Quali pericoli?
Partirei dai “pericoli” visto che non ce ne sono stati. Le uniche situazioni leggermente oltre la soglia, sono stati gli inseguimenti con i cani. Ma ero a conoscenza di questo problema nel sud Italia, e sono partito prevenuto nei confronti di qualsiasi animale che vedessi libero di girovagare per le strade. Nella maggior parte dei casi non ho mai avuto problemi, sono stato inseguito in più di un’occasione ma solo una volta ho dovuto ristabilire la gerarchia su chi è la preda e chi il predatore sulla strada. Ovviamente il cane ha capito che non ero un facile bersaglio, per cui mi ha lasciato passare senza problemi la seconda volta che gli sono passato davanti. Perché, nella foga del momento, avevo pure sbagliato strada.

Piazza San Pietro, Roma (Stefano Grosso)

 

Le difficoltà, invece, sono state molteplici. Da un problema fisico ad una caviglia che mi ha attanagliato per quasi una settimana, alle innumerevoli volte in cui mi sono perso e poi ritrovato. Oltre che una lunga disavventura su una strada di sabbia durata più di mezza giornata, della quale racconto bene sul mio blog di viaggio”GrossonTour”.
Ma ogni difficoltà è stata superata, in un modo o nell’altro. Ed è questo un motivo di orgoglio e soddisfazione. Riuscire a cavarsela in situazioni che potrebbero sembrare disperate, ma dove, alle volte, basta sedersi e ragionare senza farsi prendere dal panico è sicuramente un ottimo punto di partenza. Perché è la paura la nostra vera nemica. E’ giusto non farsi bloccare da essa, ma bisogna avere la giusta dose di paura, per affrontare con coraggio alcune scelte difficili.
Suddividerei il viaggio in 3 parti: la via Francigena, il tratto da Roma alla Calabria e il viaggio di rientro fino in Emilia Romagna.
La via Francigena è una antico percorso di pellegrinaggio, una sorta di “Camino de Santiago” nostrano. Ne ho percorso sono un breve tratto (da Sarzana a Roma), ma è stata la parte che a livello emotivo e spirituale mi ha colpito di più. Inizialmente non faceva parte del programma, ma una ragazza conosciuta in un locale di Milano, dopo avermene parlato ed incuriosito, mi ha portato a modificare il percorso solo due settimane prima dalla partenza. Non me ne sono pentito, ho condiviso paesaggi, emozioni, strade e tanta fatica con altri pellegrini. Ho ritrovato una fede che avevo perso, ma che grazie ad un collega di lavoro ho scoperto essere solo sopita dentro di me. E’ stato un inizio davvero emotivamente forte, che mi ha preparato a quello che sarebbe successo dopo.
Da Roma in avanti ho avuto parecchi giorni per riflettere, con calma, su quanto avevo appena vissuto. Ho ricevuto un dono da una persona incrociata sul percorso, Gaetano, che non aveva nulla. Nulla davvero. Viveva in una casa in stato di abbandono, ma nonostante questo ha avuto il tempo e la voglia di condividere con me un pomeriggio intero, tra un racconto e l’altro della sua travagliata vita. E poi il mare, la fatica delle salite, Napoli e le coste calabresi. Tutto questo mi hanno permesso di metabolizzare il fatto che stessi vivendo e, allo stesso tempo, realizzando un sogno. Ho vissuto questo periodo con gli occhi pieni di gioia per ciò che vedevo e di stupore per ciò che mi capitava.
Il rientro inizia male, con i problemi fisici, ma poi, poco alla volta migliora. Anche qui ricevo tanto, da molte persone. Che sia un’informazione, una parola in un momento difficile, o un cenno di incoraggiamento nell’affrontare una salita. Oppure un pasto e un posto dove dormire. Tanti piccoli e grandi gesti che mi porto nel cuore. Nell’ultima parte del tragitto realizzo che il mondo è ancora piena di persone buone, solo che nessuno ne parla. Un fatto scioccante fa più notizia di un gesto d’amore.
Alla fine è per questo che mi sono messo in viaggio. Per ritrovare quell’umanità che al giorno d’oggi sembra scomparsa. Ma in realtà esiste ancora, sotto uno strato di normale diffidenza che ci accomuna per la maggior parte, me per primo.

Polignano a Mare, tenda sul mare (Stefano Grosso)

 

Hai visto molte persone nel tuo tragitto cosa cosa ti hanno lasciato e cosa hai lasciato tu a loro?
Questa è una bella domanda. Ci ho pensato spesso durante tutto il viaggio. Consapevole del fatto che non potessi dare nulla in cambio alle persone che mi regalavano cibo, acqua o 10 minuti del loro tempo, pensavo a quanto fossi ingrato a salutarli dicendo loro semplicemente “grazie”. In realtà, incontro dopo incontro, ho realizzato alcune cose. Non è semplice avvicinarsi ad uno sconosciuto. Ovvio: le mie grosse borse (ed il mio aspetto un po’ selvaggio) attirano gli occhi indiscreti di chiunque, ma il passo per arrivare a chiedere “da dove vieni?” è ancora lungo. Chi lo fa, è una persona già mentalmente predisposta ed aperta verso il prossimo, oltre che curiosa. In cambio del prezioso tempo che qualcuno mi dedicava, facevo di tutto per esaudire la sua curiosità. Non di rado mi capitava di trascorrere anche ore a parlare con uno sconosciuto, rispondendo alle sue domande a raffica.
Ma non sono fato così. Nella vita quotidiana in realtà odio dare spiegazioni, e rifuggo a più non posso le domande insistenti. In viaggio invece ciò non mi pesava, anzi. Era un modo per sdebitarmi con l’interlocutore. Tu mi dedichi del tempo, io ti racconto una storia, rispondo alle tue domande e per quanto possibile, ti incoraggio a fare delle scelte che magari ti lasciano titubante.
Un po’ alla volta ho capito che, non potendo sdebitarmi materialmente con le persone incontrate lungo la strada, potevo farlo donando loro un racconto di quello che ho vissuto durante il viaggio. Per molti è stata una parentesi per fuggire per qualche minuto dalla quotidianità. Per altri una piacevole chiacchierata di mezz’ora all’ombra, per far passare le ore più calde della giornata.
In ogni caso spero, davvero con tutto il cuore, di aver lasciato in ognuna delle persone che ho incontrato, un’emozione, una briciola del mio sogno che stavo realizzando, o anche solo un bel ricordo di un giovane e spettinato ciclista che ha deciso di girarsi l’Italia in bicicletta. Un po’ più arditamente spero di incentivare, con il mio esempio, coloro che vogliono partire ma sono incerti ed in bilico tra le proprie paure e la propria felicità personale.

Tra il Lago di Lesina ed il mare. Una delle giornate più difficili per via della strada di sabbia e il caldo (Stefano Grosso)

Come descriveresti il Bel Paese con gli occhi del ‘pellegrino’?
Magnifico. Abbiamo uno dei paesi più belli al mondo e lo stiamo davvero trattando malissimo. Al sud italia il problema spazzatura nelle periferie persiste senza che più nessuno ne parli. Vedo ancora gente buttare a terra cartacce, sigarette ed altri rifiuti quando non costerebbe nulla fare un centinaio di metri e buttarli nel cestino. Ma questo deve diventare un’abitudine radicata nella nostra testa, non perché obbligati dalle leggi, ma perché stiamo inquinando la terra dove viviamo, che ci fornisce da mangiare e che, quindi, ci tiene in vita. Ci stiamo lentamente uccidendo se non smettiamo di auto-inquinarci.
Mi ricordo che in un paesino sperduto nel sud Italia non avevano la differenziata. Per cui mi sono portato dietro la spazzatura per 8 chilometri prima di riuscire a smaltirla. Mi pare stupido doverlo dire, ma ogni volta che smontavo il campo, mi guardavo intorno per essere certo di non aver lasciato nessun rifiuto. E nonostante un peso in più o in meno sul portapacchi della bici influisca notevolmente, ero felice di portarmi via la spazzatura per due motivi: il primo era perché avevo mangiato, per cui potevo sopravvivere ancora un altro giorno, ed il secondo perché se avevo prodotto spazzatura, avevo alleggerito il carico delle borse. E un carico più leggero vuol dire meno fatica sui pedali!
Abbandonando il discorso ambientalista, torniamo al Bel Paese. E’ stupendo perché ricco di una varietà naturale che ben pochi altri paese possono vantare. Dai lunghissimi viali di cipressi toscani, alle variopinte colline senesi. Per poi arrivare al limpido mare calabrese ed hai bianchi e caratteristici paesini pugliesi. C’è davvero di tutto, basta avere la pazienza di cercare. Ed un pellegrino, con il suo incedere lento e meravigliato, pazienza ne ha da vendere. Ma “pellegrino” non vuol dire solo viaggio. Vuol dire anche fatica, condivisione, speranza e fede. Sono molteplici le caratteristiche che lo contraddistinguono e forse ancora adesso non riuscirei a descriverlo nella sua totalità.

Parco Naturale del Monte San Bartolo, sopra Pesaro (Stefano Grosso)

 

Atrani (Stefano Grosso)

 

Dopo le emozioni, le difficoltà, i pericoli, i chili persi come ti sei sentito appena rientrato a casa?
Il primo impatto l’ho avuto quando i miei genitori sono arrivati con il camper a Ravenna per raccogliermi. Non fosse stato così avrei dovuto sobbarcarmi la bici di peso per 4 o 5 cambi di treni regionali (la bici intera non può viaggiare su Intercity e treni ad alta velocità a meno che non la si smonti completamente: cosa che, con le borse che avevo, non ho minimamente preso in considerazione). Per cui assaporare l’acqua fresca del frigo mi ha dato un senso di “ritorno alle comodità” alle quali non ero più abituato.
Tolto quest’episodio, non ci ho messo molto a tornare alle abitudini quotidiane, mantenendo però un’alimentazione più sana ed equilibrata, dovuta anche alla poca disponibilità di cibo che avevo in viaggio. Per cui frutta e verdura di stagione, frutta secca e porzioni ridotte sono rimaste nel mio stile di vita attuale.
Un impatto vero e proprio non l’ho avuto nemmeno una volta rientrato a Milano. Solo una miglior consapevolezza di me stesso, ed una maggiore apertura verso gli altri.
Adesso guardo di più ciò che mi circonda, cercando di stare meno incollato possibile al telefono. Senza però disdegnare o esorcizzare l’uso della tecnologia. La tecnologia mi è risultata utilissima prima di partire per documentarmi ed informarmi nella preparazione del viaggio, ma anche durante il viaggio stesso fornendomi informazioni in tempo reale sulle località che attraversavo o sui bisogni che via via si susseguivano: un posto dove mangiare, o una spiaggia isolata per dormire.

Vieste, la punta del Gargano (Stefano Grosso)

 

Un momento di sosta (Stefano Grosso)

 

Stai già pensando a un altro viaggio?
Si, è inevitabile dopo un’esperienza simile. Una cosa che ripeto sempre è che, se avessi la possibilità di ripartire, lo rifarei immediatamente.
Ho in testa un’idea un po’ più ambiziosa, lunga e ardua del viaggio appena concluso. Ma non è ancora arrivato il momento di parlarne.
Nonostante nella mia mente il percorso sia già indelebilmente tracciato, il progetto è ancora lontano dal poter essere messo in pratica. E poi chissà dove mi porterà la vita tra qualche anno!
Quali sono i consigli che daresti a chi vuole intraprendere un esperienza come questa?
Per non commettere i miei stessi errori, consiglio subito di fare una visita biomeccanica, prima di mettersi in sella. Eviterete così problemi fisici sia durante il viaggio che in seguito. Questo è un punto strettamente necessario, viste le numerose ore che si passeranno sulla bicicletta.
Dopodiché una buona base fisica è necessaria, ma considerate che dopo una settimana circa l’organismo si abitua a questi ritmi ed inizia a rispondere in maniera sempre più positiva allo sforzo muscolare.
La preparazione mentale invece è fondamentale. Bisogna volerlo con tutte le proprie forze. Questo perché le sfide e la fatica saranno moltissime e dure. Ma se sei concentrato mentalmente NON ci sarà un momento in cui dirai “chi me l’ha fatto fare?”.
Ogni volta che scendevo e spingevo perché la strada era troppo ripida, invece, pensavo: “sono qui perché è quello che volevo e ora, a qualsiasi costo, devo arrivare in cima con la mia bici ed i suoi 50kg di peso!”
Una cosa basilare è la preparazione del viaggio. Io mi sono informato tramite altri cicloviaggiatori per soddisfare ogni mio dubbio. Poi ho studiato e letto moltissimo. Questo è estremamente importante perché con la giusta preparazione sarai pronto a superare qualsiasi inconveniente, anche meccanico, che ti capiterà inevitabilmente durante il viaggio.
Ma allo stesso tempo, potrai goderti la possibilità di lasciarti condurre in giro un po’ dal caso, o dal fato, senza timore alcuno. Perché avrai dalla tua quella consapevolezza e tranquillità che ti permetteranno di sopperire a qualsiasi tua necessità!
L’ultima cosa, è invece un augurio che tengo a fare a chiunque intraprenda un viaggio in bici, breve o lungo che sia. Un augurio che mi è stato fatto poco prima che ripartissi da Roma e che giro, adesso, a voi:
“Che la vostra catena possa sempre essere ben oliata!”

Mondovì, il giorno del rientro a casa (Stefano Grosso)

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