300 Milioni di cinesi lasciano il Pcc

I volontari cinesi del Partito Comunista Cinese partecipano alla parata annuale del Capodanno cinese a Flushing, Queens, il 17 febbraio 2018. (Dai Bing / The Epoch Times)

Trecento milioni di cinesi hanno dato dimissioni dal Partito Comunista Cinese: è il nuovo traguardo raggiunto a fine marzo dal movimento Tuidang (in italiano, ‘rinunciare al Partito’) nato a fine 2004, dopo la pubblicazione dei Nove Commentari sul Partito Comunista da parte dell’edizione cinese di Epoch Times. I Nove Commentari trattano le origini del Pcc, la sua natura essenziale e i suoi crimini storici e attuali e hanno ispirato milioni di cinesi ad abbandonare il Pcc.

Ogni persona che si dimette dal Pcc ha la propria storia. Liu Jianguo, per esempio, era il direttore dell’Ufficio per gli Affari Civili di Pechino, e faceva anche da autista a Xu Qinxian, un ufficiale dell’esercito che si è rifiutato di reprimere con la forza le proteste degli studenti di Piazza Tiananmen, il 4 giugno 1989.

Liu Jianguo (Han Rui/Epoch Times).

 

Xu è stato messo agli arresti domiciliari per aver disubbidito agli ordini. In seguito ha perso il proprio grado nell’esercito e subito una condanna a cinque anni in prigione. In quanto suo autista, anche Liu ne ha subito le conseguenze ed è stato incarcerato. A Epoch Times racconta che, durante il suo periodo di detenzione, è stato appeso a mezz’aria per un’intera settimana. Il Pcc, afferma Liu, «sta distruggendo mentalmente le persone. Ti priva della tua dignità e ti fa desiderare di morire piuttosto che vivere».
A ottobre del 2017, ormai scarcerato, Liu si è recato negli Stati Uniti per una vacanza con la famiglia e ha conosciuto dei volontari di Tuidang. In questa occasione, ha deciso di abbandonare il Pcc, di cui era stato membro per 32 anni, e lo ha fatto con il suo vero nome, senza timore di rappresaglie.

Nell’intervista con Epoch Times, ha raccontato degli avvenimenti storici che lo hanno portato a cambiare idea sul Pcc: il primo si è verificato la sera del 3 giugno 1989, quando i cittadini di Pechino hanno cercato di fermare l’esercito che si dirigeva verso Piazza Tiananmen per fermare con la violenza le proteste degli studenti.
Dieci anni dopo, invece, Liu ha assistito all’appello da parte di 10 mila praticanti del Falun Gong che si sono presentati davanti a Zhongnanhai, il quartier generale del Pcc. Era il 25 aprile 1999.

Il Falun Gong, anche noto come Falun Dafa, è una pratica di meditazione fondata su tre principi: verità, compassione e tolleranza. Nel 1999, l’allora leader del Partito Jiang Zemin ha lanciato una persecuzione su scala nazionale dei praticanti della disciplina, ritenendo che la popolarità del gruppo – nel 1999 c’erano circa 100 milioni di praticanti secondo stime interne del Pcc – avrebbe potuto minacciare il potere del Partito.
Jiang ha quindi messo in moto l’intero apparato della sicurezza statale, facendo arrestare e incarcerare innumerevoli persone innocenti.

A seguito di questa persecuzione, stata dimostrata con prove documentali la morte di più di 4 mila praticanti a seguito delle torture e degli abusi subito in prigione. Ma vi sono, da più parti, fondati sospetti che numeri siano enormemente più alti: il Falun Dafa Information Center precisa che il vero numero di vittime è senza dubbio ben più alto, ma che ottenere informazioni (e raccogliere prove) nel regime cinese è notevolmente complesso.

In più, secondo diverse indagini indipendenti condotte negli ultimi anni, decine (probabilmente centinaia) di migliaia di praticanti del Falun Gong sono stati uccisi allo scopo di prelevarne uno o più organi vitali; organi che poi determinate organizzazioni sanitarie del Pcc rivendono sul mercato nero internazionale dei trapianti.

Liu ha visto con i propri occhi – nell’aprile 1999 – i praticanti del Falun Gong, raccolti nella manifestazione di Zhongnanhai per chiedere il rilascio di diversi altri praticanti incarcerati illegalmente: «Mi è capitato di passare in macchina davanti a Zhongnanhai – racconta – guidavo lentamente, e mi chiedevo come potesse essere possibile che quelle persone fossero così ordinate e silenziose. Anche a terra era tutto pulito. Eppure non vedevo nessun organizzatore né qualcuno che mantenesse l’ordine. Solo la sera ho saputo che erano i praticanti del Falun Gong che facevano una dimostrazione. C’erano così tante persone, eppure così ordinate… Ho provato grande ammirazione per loro».
«Senza il Pcc, la Cina sarà molto migliore». Anche sua figlia, Liu Yangyuan, ha deciso di lasciare la Lega della Gioventù Comunista usando il suo vero nome.

PERSECUZIONE DI UN UOMO COMUNE: LA STORIA DI BAI JIMIN

Un’altra storia di dimissioni è quella di Bai Jimin, un uomo d’affari emigrato negli Usa da Shanghai. Quando viveva in Cina si recava spesso all’estero per lavoro, e solo per questo era sospettato di essere una spia e di aver sposato sua moglie (arruolata nell’aeronautica militare cinese) a scopo di spionaggio per conto di Paesi esteri.

Mentre cercava di difendere i propri (purtroppo teorici) diritti presso le autorità cinesi, Jimin ha incontrato dei praticanti del Falun Gong, e ha avuto modo di vedere come il regime comunista li perseguiti: «Il Pcc tratta questi praticanti del Falun Gong – che sono delle persone di buon cuore – come dei reietti. Con la sua crudele repressione, il Pcc fa di tutto per metterli ai margini della società e per isolarli da famigliari, colleghi e amici».

Bai Jimin a una festa del capodanno cinese tenuta dal Centro Globale Tuidang a New York (Lin Dan/Epoch Times).

Gli emissari del regime dittatoriale comunista sono capaci di una spietatezza inconcepibile per un cittadino occidentale. Non si fermano di fronte a nulla: hanno cercato di incriminare Bai Jimin con false prove e di distruggere il suo matrimonio. Lo hanno seguito e monitorato, hanno intercettato le sue telefonate, gli hanno rubato documenti personali e hanno pagato dei malviventi per intimidirlo. I sicari del Pcc hanno persino tentato di assassinarlo mediante avvelenamento. Jimin è stato quindi costretto a fuggire, lasciando l’anziana madre, la moglie e i figli.

Bai Jimin ha insomma provato sulla propria pelle, quanto corrotto e criminale sia l’apparato di cosiddetta ‘Sicurezza’ del Partito Comunista Cinese: «Ti perseguita e al tempo stesso ti costringe a definirlo “buono”. È esso stesso un covo di ladri, ma ti distrae dai suoi crimini sostenendo che “ci sono ladri ovunque”».
La conclusione può essere una sola: «Il Pcc» è la più grande organizzazione terroristica al mondo».

Per approfondire:

 

Articolo in inglese: Ahead of Momentous Milestone of 300 Million Withdrawals from the Chinese Communist Party, Chinese Citizens Share Their Stories on Why They Quit

Traduzione di Vincenzo Cassano

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