Don Trump e il ritorno alla religione




Donald Trump ha fatto intendere di voler mettere la religione su un piano di primaria importanza a ogni livello, sia nelle grandi che nelle piccole questioni. Nella cerimonia di inaugurazione del suo mandato presidenziale vi erano sei membri del clero, anziché i soliti uno/due, e alcuni dei passaggi più poetici del discorso di Trump hanno riguardato il ruolo della fede per gli Stati Uniti.

Il 2 febbraio, in occasione del National Prayer Breakfast, un evento che si tiene a Washington ogni anno il primo giovedì di febbraio, gli interventi di Trump hanno affrontato il tema della fede e della politica, difendendo con forza la libertà di religione e sostenendo che i diritti e le libertà vengono da Dio. Trump ha anche citato uno dei padri della patria americani, Thomas Jefferson: «Le libertà della nazione, potranno mai essere al sicuro, quando si rimuove la convinzione che esse siano il dono di Dio?».

Secondo Mark David Hall, professore di politica alla George Fox University e autore di Faith and the Founders of the American Republic [La fede e i fondatori della Repubblica americana, ndt], per quanto riguarda la religione gli interventi di Trump rappresentano un ritorno alle origini, e sono simili a quelli dei fondatori della nazione: «Era opinione largamente prevalente, durante la fondazione dell’America, che le libertà religiose o la libertà di coscienza fossero un dono di Dio».

Gli interventi di Trump hanno fatto tornare in mente ad Hall la lettera che George Washington spedì nel 1790 alla congregazione ebrea di New Port, in cui «chiariva che la libertà religiosa è un dono di Dio a tutte le persone in America».

Patrick Garry, docente presso la facoltà di Legge dell’Università del Sud Dakota, aggiunge che gli interventi di Trump si rifanno alla tradizione della legge naturale e dei diritti naturali: se i diritti sono concessi da Dio, allora «c’è una verità che trascende l’umanità».

RETORICA POLITICO-RELIGIOSA O VERA FEDE?

Gary Smith, professore di storia al Grove City College e autore di Faith and the Presidency: From George Washington to George W. Bush [La fede e la presidenza: da George Washington a George W. Bush, ndt] ha affermato che gli interventi di Trump sono semplicemente la norma, per i discorsi presidenziali al National Prayer Breakfast. I presidenti, infatti, di solito sfruttano questa occasione per parlare del significato che danno alla fede, del ruolo della fede per l’America, dell’importanza della fede nell’affrontare vari problemi o per chiedere il sostegno del pubblico a certe decisioni politiche.
Smith ritiene piuttosto che sia stato il contesto in cui Trump ha difeso la libertà religiosa, a essere significativo: «Abbiamo una comunità atea molto più militante rispetto a prima», e l’idea secondo cui i diritti vengano da Dio «è molto più osteggiata di quanto lo sia mai stata nella storia americana».

Nel suo discorso, Trump ha individuato come base dell’unità nazionale, l’essere stati creati da un unico Dio: «Siamo tutti uniti dalla nostra fede nel nostro Creatore e dalla nostra ferma conoscenza del fatto che siamo tutti uguali ai Suoi occhi. Non siamo solo carne, ossa e sangue. Siamo esseri umani, con delle anime».

Smith vede un sottile collegamento tra questi riferimenti al Creatore e le dottrine che invece enfatizzano le differenze tra le persone: «La parola principale che ci hanno propinato, soprattutto durante l'amministrazione Obama, è 'diversità' - ha affermato - Qui lui usa la fede religiosa come base dell’unità. È diverso».

Il tema dell’unità è stato ricorrente nel discorso inaugurale di Trump, che ha anche suggestivamente affermato: «E che un bambino nasca nelle distese urbane di Detroit o nelle ventilate pianure del Nebraska, di notte vedono lo stesso cielo, riempiono il loro cuore con gli stessi sogni, e vengono infusi dall’alito della vita dello stesso Creatore».

LA DIFESA DELLA LIBERTÀ DI CREDO

Il professor Hall ritiene che ci sia una significativa differenza tra la libertà di credo di Trump, e la tendenza di Obama a parlare invece di libertà di culto: «Molti a destra […] pensano che la libertà religiosa sia stata profondamente minacciata sotto l’amministrazione Obama».
Un distinguo cui è sottesa l'idea che la libertà di culto tuteli chiese e clero, più che i singoli individui; per cui «se sei un piccolo commerciante, un fiorista, un fornaio, un fotografo, e sostieni un’obiezione di coscienza sincera, motivata da questioni religiose, […] questo tuo diritto non è tutelato». Per cui, promettendo di difendere la libertà di credo, «Trump sta dicendo che sotto il suo governo si cercherà di tutelare questo tipo di persone».

POLITICA E RELIGIONE

Al prayer breakfast, Trump ha poi fatto riferimento a due politiche che derivano dalla sua idea di libertà di credo: revocare l’emendamento Johnson e riformare l’immigrazione allo scopo di proteggere la tolleranza religiosa negli Usa.

L’Emendamento Johnson del 1954 prevede che le organizzazioni religiose o di beneficenza, che per la legge americana sono esenti da tassazione, perdano questo privilegio qualora sostengano dei candidati politici o vi si oppongano. Per il fronte anti-Trump, l’emendamento negherebbe la libertà di parola e di pensiero ai gruppi religiosi e di volontariato.

Parlando dei suoi piani sull’immigrazione, Trump ha chiarito la sua intenzione di costruire «un sistema che aiuti ad assicurare che chi viene ammesso nel Paese ne accetti pienamente i valori di libertà religiosa e personale, e che rigetti ogni forma di oppressione e discriminazione», ma da più parti ci sono critiche secondo cui il provvedimento stesso configurerebbe una grave discriminazione, e non solo: il procuratore generale dello Stato Washington l'ha giudicato illegale.
Un altro caso di enfasi da parte di Trump sulla libertà religiosa è stato il suo ordine esecutivo sull’immigrazione, che ha anche specificato che le minoranze religiose perseguitate avranno priorità nella richiesta di status di rifugiato.

Una dele critiche nei confronti di questo provvedimento, è quella di essere soprattutto a vantaggio dei cristiani perseguitati in Medioriente. Nel difenderlo, Nina Shea dell'Hudson Institute ha affermato in un articolo su Christianity Today che i rifugiati cristiani dalla Siria sono stati emarginati in passato, mentre il decreto li aiuterà, e aiuterà anche «i musulmani rohingya della Birmania, i musulmani Ahmadi del Pakistan, gli yazidi iracheni, i baha’is iraniani e i buddisti indipendenti del Vietnam».

Secondo Gary Smith, gli americani devono prendere sul serio i discorsi presidenziali sulla fede, ma allo stesso tempo mantenere un sano scetticismo, dato che certi discorsi, quando vengono dai politici, sono tipicamente fondati su ragioni di potere più che di coscienza. Ma in questo senso Smith ha trovato qualcosa di insolito negli interventi di Trump: «Non penso che si tratti solo di politica – osserva – Pensavo sarebbe stato come tutti gli altri, e che sarebbe retrocesso rispetto alle sue promesse. Ma ormai penso che potrebbe essere completamente sincero».

L'uso della religione in politica è una strategia di potere vecchia almeno quanto la cultura occidentale, e risale all'antica Grecia delle poleis; e se, da una parte, è vero che gli uomini possono solo giudicare le azioni e non la coscienza degli altri uomini (il che risolve in un certo senso il problema di voler determinare il livello di sincerità di Donald J. Trump), è anche vero che proprio le azioni, presenti e soprattutto future, in un modo o nell'altro rispecchiano la coscienza di chi le compie. 





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